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sabato, 30 ottobre 2004

hard rock cafe

di tre quarti

Mi perdo in questa musica, semplice e leggera, archi che si inseguono lentamente, senza fretta, a descrivere il mood. Mi abbandono all'odore di legno di questi archi, allo stridore sulle dita delle corde, all'attrito prolungato che fluttua sopra al ritmo, dolce ma deciso, continuo, forse infinito. Sento il silenzio intorno, mi abbandono al desiderio di inverno, al desiderio di chiudere la porta, al desiderio di guardare dentro alla fiamma. In the mood for love.

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venerdì, 29 ottobre 2004

bar bianco

il fiume

Ed è bello, insieme, caldo contro caldo, una manina forte addosso a me, un piccolo fiato caldo che mi respira addosso, fuori di me. Stretto, in braccio a me, come un ometto diligente ed attento, osserva insieme a me quello che per anni, piccola e in crescita, ho visto fuori da questa finestra, al di là di questa cornice di legno bianco, attraverso questo vetro. Una massa verde scura, che si muove vischiosa e lenta fra due sponde d'erbetta. Fili d'alga emergono ai lati, fasci di fili si arrotolano sott'acqua per il volere di una forza che procede, procede, si contorce in mulinelli e trascina se stessa e altro più in là, oltre il ponte, oltre l'ansa e poi chissà, si sa, il mare. E' trasparente ma fisica, colorata ma imponente ed è limitata, stretta, chiusa, quest'acqua. Scorre in un letto non ampio, in poco tempo anche una nidiata di paperini può passare, nuotando di traverso, agitando furiosamente le zampette sotto il pelo della superficie, fino all'altra sponda.

Nera, una striscia bianca lungo tutta la testa, fino al becco lungo, una folaga si piega su se stessa, sprofonda la testa nella massa fredda in movimento, riemerge, ricomincia. Il fiume la sfiora, passa oltre, copre grosse trote impassibili. Leonardo ed io siamo incantati, stretti l'uno all'altra, osserviamo dall'alto, siamo dietro al vetro appena ondulato, sottile, che vibra per un rumore improvviso.

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mercoledì, 20 ottobre 2004

foto ricordo

"Feng e Lijun si arrampicavano tenendosi distanti l'uno dall'altra, lui davanti a lei, con la macchina fotografica pronta. Le scarpe alte sulla caviglia che lui indossava avevano suole con i bordi di metallo; uno di essi si era allentato, tanto che lui tintinnava come un cavallo mal ferrato. Lijun lo seguiva in scarpe con il tacco alto. I suoi jeans erano stirati con cura e il cardigan di lana blu era decorato con perline luccicanti. A ogni belvedere, veranda e roccia a centinaia di metri sopra il lago, si fermavano per scattare una fotografia. Feng si avvicinava al mirino sorridendo, dietro gli occhiali rotondi e i capelli arruffati. Lijun si metteva di profio, con la coda di cavallo strettissima e i capelli tirati indietro, in modo da lasciare scoperto il viso dai lineamenti marcati. 'Perché non ti metti gli occhiali da sole?'. Anche se non c'era sole, lui le rivolgeva questa domanda ogni volta che stava per scattarle una foto. Gli occhiali da sole erano la quintessenza dell'eleganza. Obbediente, lei se li infilava tra i capelli".
[...]
"Queste foto rituali sembravano il momento più importante delloro viaggio. Non si fermavano mai a leggere le poesie antiche scolpte dalle rocce, o a osservare la variegata bellezza del lago. Non saprei dire se ammiravano anche una minima parte dello scenario che li circondava, o se semplicemente si godevano l'idea di essere lì insieme".

Colin Thubron, "Oltre la muraglia - un viaggio in Cina"

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errore

"Gli venne in mente ciò che fino ad allora gli era parsa una totale assurdità, quella di aver vissuto la vita in modo sbagliato. Vide che questa poteva essere la verità. Gli venne in mente che i suoi timidissimi tentativi di ribellione contro ciò che la gente dell'alta società considerava buono, tentativi appena abbozzati, ch'egli si era sempre affrettato a reprimere, potevano essere quelli autentici e tutto il resto, errore. Il suo lavoro, il suo modo di vivere la sua famiglia, i suoi interessi mondani e professionali, tutto poteva essere stato un errore. Cercò di difendere tutto ciò davanti a se stesso, ma improvvisamente sentì l'assoluta debolezza di quello che difendeva. Non c'era niente da difendere".

Lev N. Tolstoj, "La morte di Ivan Il'ič"

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lunedì, 18 ottobre 2004

cafe sacher

cioccolata

Non è niente male quella supersvizzera quasi no brand che compro al supermercato. Amara 72%, si scioglie piano lasciando una sensazione fredda, di puro cacao. Ma ancora di più, ora sarebbe il gelato nerissimo con una punta di peperoncino, che merita una pura vacanza da attività inutili.

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sabato, 16 ottobre 2004

hard rock cafe

nascondersi - sopravvivere

Oh, a storm is threat'ning my very life today
If I don't get some shelter I'm gonna fade away
War, children, it's just a shot away
[...]
The floods is threat'ning my very life today
Gimme, gimme shelter or I'm gonna fade away
[...]
I tell you love, sister, it's just a kiss away

Rolling Stones, "Gimme Shelter", "Let It Bleed"








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hard rock cafe

nascondersi - perdersi

There's a secret place I like to go, everyone is there, but their face don't show
"If you get inside, you can't get out. There's no coming back", I hear them shout
[...]
Welcome to my hide away, my secret place
How I arrived I can't explain - you're welcome to, if you wanna stay
[...]
Lost my soul without a trace, found it again in my secret place
[...]
I lost myself, I must confess

Megadeth, "A Secret Place", "Cryptic Writings"










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hard rock cafe

nascondersi - nascondigli

Everybody needs a little place they can hide, somewhere to call their own
Don't let nobody inside: every now and then we all need to let go
For some it's the doctor, for me it's rock and roll
For some it's a bottle, for some it's a pill
Some people wave the bible, cause it's giving them a thrill
Others point their finger if they don't like what they see
If you live in a glass house, don't be throwing rocks at me

We all need a little shelter, just a little helper to get us by
We all need a little shelter, just a little helper ooo, and it'll be alright

Cinderella, "Shelter Me", "Heartbreak Station"










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hard rock cafe

nascondersi - pensiero di pioggia

She's got a smile that it seems to me - reminds me of childhood memories
Where everything was as fresh as the bright blue sky
Now and then when I see her face she takes me away to that special place
And if I stared too long I'd probably break down and cry

She's got eyes of the bluest skies as if they thought of rain
I hate to look into those eyes and see an ounce of pain
Her hair reminds me of a warm safe place where as a child I'd hide
And pray for the thunder and the rain to quietly pass me by

Guns n' Roses, "Sweet Child O' Mine", "Appetite For Destruction"







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katz’s delicatessen

samba pa ti

Lui sferraglia sui binari, cigola contro i miei timpani finché la porta sbatte aprendosi e io salgo. Ronzio dell'obliteratrice, scatto all'indietro del mio corpo, il tram riparte e io mi sposto in avanti, un passo cauto alla volta. Posto libero, mi ci fiondo. Tra un ragazzo bruttino alla mia sinistra e una signora a destra.

Di fronte a me sono in tre, bellissime, profumate ma non troppo. Meno volgari di quella ragazza a destra, con la ciccia che le esce tra la cintura rosa bassa e il giubbino corto, e di quella tipa alla loro destra con la minigonna molto mini su gambe rotondette, invischiate in stivali alti che la accorciano ancor di più.
Di sfumature diverse, hanno nasini perfetti, ritagliati come le figurine di carta. Sono tre barbie con gambe lunghissime, sottili, perfette e piedi infilati in stivali fascianti, di pelle nera, o di tessuto lucido, nero, con piccoli cinturini sulla punta. Due sono in jeans, una in mini, le gambe avvolte in un collant a piccole macchie di leopardo. La lingua brasiliana si srotola allegra, accompagnata da gesti gentili e morbidi della mani, curate e non volgari, lunghe e sottili. Sprizzano complicità, allegria e spensieratezza. Osano un trucco ben fatto, pettinature tinte e capelli lisciati, che si aggiustano spesso. Quella con la mini ha gli occhiali scuri un po' Jackie O' sopra il viso liscio, con la mandibola che ricorda Lennie Kravitz. Le altre due hanno tratti tutti femminili, soprattutto quella in mezzo, il viso assorto e sereno mentre parla alla bionda a fianco e si scambiano allegre confidenze, cinguettando per quasi tutta la mia mezzora. Scaldano di curiosità e pensieri liberi il pomeriggio bigio, normale, già un po' freddo e umido di metà ottobre.

Ci abbandonano davanti alla stazione e scende anche il tipo al mio fianco, di cui da poco ho notato le scarpe da ginnastica a zatterone. Si confondono tutt'e quattro, oramai, tra le figurine tutte uguali che si muovono sotto i freddi mascheroni di marmo.


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venerdì, 15 ottobre 2004

caffè florian

back to the past

Hai presente quando torni al lavoro dopo un po' che non ci sei? Mettiamo che tu sia tornato dopo le vacanze estive. Sai com'è l'ufficio, sai che il collega x sarà abbronzatissimo, forse sai addirittura cosa stai per fare.

Io no, ed è già la seconda volta.

La prima volta sono rientrata dopo sei mesi. Tre giorni dopo avevo di nuovo un telefono e un pc funzionanti e una settimana dopo ero in giro per il magico mondo del business italiano, trafelata fra un treno e l'altro, assonnata dalle nottate di lavoro precedenti. Non ho avuto il tempo di pensarci. Ho trattenuto il respiro e mi sono lanciata dal trampolino più alto che ho trovato e sono rimasta in apnea, dimenandomi tra le spire delle esigenze del cliente. La mancanza di ossigeno ottunde.

La seconda era ieri, dopo dieci mesi, un pancione e un bimbo. Ho messo il bimbo nelle mani di Natasha, quello che fu pancione è ritornato dentro ad un elegante completo pantalone rispolverato nell'armadio, la mia testa è entrata in tram e ha iniziato a guardare intorno, fino alla fermata desiderata. L'ufficio praticamente mi è ignoto: ci sono stata un paio di giorni prima di far sparire il mio pancione dalla circolazione. Nella nuova sede anche l'aria condizionata ha un rumore diverso, i vicini di fronte ti possono comodamente osservare attraverso le grandi vetrate a tutta facciata, e tu non puoi che sentirti come un pesce appena tirato via dalla sua acqua tropicale trasparente e gettato in un acquario. Un bell'acquario, per carità, tutto nuovo, blu e legno chiaro, come si deve. Ma è strano. L'unico odore è quello dei pc, delle macchinette del caffè se sei su quel lato o di nicotina bruciata se ti avvicini al fondo del corridoio, dove qualche impenitente si affaccia sulle scale di servizio. E' un acquario in cui tutti i movimenti sono predefiniti e le uniche sorprese sono le novità lavorative. La respirazione è ritmata dal rumore delle dita, i suoni sono limitati, placido borbottare di colleghi fra loro e strilli improvvisi di qualche cellulare.

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1880 o giù di lì

"Oltre alle varie considerazioni su trasferimenti e possibili miglioramenti di carriera che da quella morte potevano derivare, il fatto stesso della morte di un uomo conosciuto e vicino suscitava in tutti coloro che ne venivano informati, come sempre, un sentimento di soddisfazione, giacché a morire era stato lui e non loro".

Lev N. Tolstoj, "La morte di Ivan Il'ič"

Postato da: emanuelasplinder a 11:17 | link | commenti |

domenica, 10 ottobre 2004

caravan cafe

viola

Il cielo ora. Guarda verso ovest. Il cielo si rivolta. Aspetto il freddo, lo desidero addosso a me.

Postato da: emanuelasplinder a 18:45 | link | commenti (2) |

katz’s delicatessen

due cuori

Ieri mattina, in un luogo da favola, su un mare da favola, in un'atmosfera da favola, i fidanzatini di Peynet si sono scambiati gli anelli.

"All of this and more is for U with love / sincerity and deepest care / my life with U I share" (Prince).

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giovedì, 07 ottobre 2004

fashion cafe

e bravo GUIDO

"palombaro dell'intelletto umano", una definizione per Giulia.

Postato da: emanuelasplinder a 23:26 | link | commenti |

fashion cafe

e brava GIULIA

Ora, però, spiegatemelo voi, c'è qualcosa che non capisco di questa ricetta. Provo a riassumere.

Ingredienti:
- due peperoncini mediamente inutili, se non fosse che lui sta scoppiando e lei è veramente pesante
- un'inglese molto amica di tutti (gli uomini), che sceglie uno degli stalloni in circolazione
- due stalloni, uno biondo un po' azteco e uno moro un po' beverly hills
- un abitante naturale di via della Spiga
- un pazzo riccio con gli occhiali che parla come paperino
- una pettinatrice che si atteggia a sharon
- un biondo-rossiccio che non è il conte
- una bionda riccia che fa tappezzeria
- una bionda tipo modella che si fa la messa in piega
- una tinta con la piega sbagliata che si appoggia alla pettinatrice
- una bionda coscialunga col sorriso un po' cammello, sposata l'altro ieri con uno che è già uscito.

Ma perché hanno mandato fuori Giulia?












Postato da: emanuelasplinder a 22:58 | link | commenti (2) |

cafe sacher

ready TO GO

Non ne sono mica sicura: meglio il togo con ripieno di cioccolata? E soprattutto: nei due casi, meglio al latte o amaro?

I togo sono un ricordo di infanzia, una di quelle cose che "solo due" e poi ti finivi la prima vaschetta e dicevi: quasi quasi... E attaccavi la seconda vaschetta. Perché è il desiderio di cioccolata a guidare la voglia di togo. Per cui ci provi in tutti i modi: lo mordi e finisce subito, con la cioccolata che si disperde nel sapore di biscotto. Poi provi a grattare la cioccolata con i denti tutt'intorno e mangi un po' alla volta il biscotto di cui, ammetti, non te ne frega un granché, è un intermezzo necessario prima del prossimo togo, rubato con due dita dalla scatola perché non si sciolga troppo. Oppure lo succhi un po' alla volta, il biscotto si scioglie ed è finito prima che tu possa riaprire gli occhi.

Insomma, il togo è una religione, al pari forse solo del ringo. Scegliere come mangiarlo è un quesito esistenziale.

E quindi, ora è un disastro. Intanto, la cioccolata amara al posto di quella dolce. Non fraintendetemi, io sono per il nero più assoluto, e recentemente anche piccante, visto che si può scegliere. Ma il togo è una questione di principio, al pari di quando hanno introdotto i ringo alla cioccolata (per non parlare di quando hanno cambiato i biscotti, ma questo è un altro post). Quindi, per principio, appunto, assaggiare quelli alla cioccolata fondente è ammesso, purché alla fine si ritorni prodigamente all'originale.
Ma ora il discorso è: i togo ripieni sono ammessi? Continuano ad essere togo? Li ho presi, al latte; perché se devo trasgredire inizio con il trasgredire dal principio, altrimenti come faccio a giudicare. E' un altro biscotto, anzi: di biscotto non ci è rimasto un granché. Buoni, eh, non dico di no. Buoni per i momenti di fine gennaio. Però, sinceramente, non so.


Postato da: emanuelasplinder a 22:35 | link | commenti |

bar bianco

mio tuo suo

E' nato per se stesso, la libertà è lui. Non è mio, non è tuo, è a malapena suo, proprio-suo.

Quando ne vuoi uno non sai esattamente perché. A un certo punto metti una pietra sopra il tuo egoismo, forse sopra la tua solitudine e miopia, e devolvi una parte di te. A cosa, non sai ancora con precisione. Tu rimani tu, non mi raccontare la storia del "ti cambia la vita". Lui te la arricchisce, ne sottrae una quota in termini di tempo, riempie un numero di spazi fisici che in breve non ricorderai siano mai stati vuoti nella tua casa e nella tua macchina. Ma tu sei tu, non mi raccontare che cambi, anche se le lavatrici aumentano. Emerge una parte di te che si esprimeva in altro modo, o che non esprimeva ancora.

E così, se ti è concesso, lui arriva. Sorprendente.

Non è tuo. Tu ne sei custode, responsabile, portatore di pezzettini di dna buttati a caso in un calderone. Ma non è tuo, ripeto. Renditene conto. Viene osservato da altri, monitorato da altri, accolto, nel primo momento, da altri. Tu sei lì, spettatrice, latrice, nutrice. Prevedi, provvedi. Sei parte del suo mondo, la parte più importante dopo di lui. Lui è suo, la sua vita è iniziata, importante e sola al pari della tua. Energia potenziale, fin troppo facile dirlo, di meno pensarlo.

Pensi di poterlo plasmare, formare, arricchire. Forse lo farai davvero in alcuni, molti, momenti della sua - sua - vita. Tu torni alla tua, esci dal suo tempo per vivere il tuo tempo. Il suo tempo è suo, riempito, spesso, dalla compagnia di persone, cose e pensieri - e non sei tu. Scopri cose grandi e piccole che non ha imparato da te, che fa per la prima volta con altri. Non si può essere gelosi del suo tempo.

Lui sa che tu ci sei per lui e tu vorresti che lui fosse sempre per te.

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martedì, 05 ottobre 2004

caffè florian

regalo

Stavamo tornando a casa, Leonardo ed io, ieri sera. Mancavano forse cento metri, come al solito da percorrere a slalom fra i musi delle macchine a spina di pesce, che puntavano dritte dritte verso i palazzi, pronte al lavaggio strade. Abbiamo incrociato una ragazza, bellissima, avvolta in un foulard colorato. Spingeva un passeggino, ci ho sbirciato dentro. Un frugolino piccolo e delizioso, addormentato con la bocchina semiaperta. Ho alzato gli occhi, credo sorridessero da soli, e mi sono scontrata con i suoi, ci siamo capite.

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lunedì, 04 ottobre 2004

café de la paix

attenzione attenzione: lancio un FUMOgeno...

... per attirare l'attenzione su di un'iniziativa intelligente.

Basta alla schiavitù del singolo, basta all'imposizione collettiva, basta a quelli che non riescono ad aspettare di uscire dall'ascensore, basta a chi ti cammina davanti puzzone per la strada, basta a chi ti siede vicino nel vagone non fumatori "perché qui si respira" e nel frattempo ti intossica con il suo paltò, basta alla saletta della macchinetta del caffè come rifugio di tutti i peccatori tranne che di quelli che si vogliono prendere solo la bottiglietta dell'acqua, basta a quell'insignificante cosa tra le dita senza la quale c'è chi perde il controllo, inizia a sbraitare, a volte pure trema, certamente esce da se stesso, si fa licantropo in una notte di luna.

E poi, se volete, aggiungo pure questo: no, non basta una mentina, non basta la fisherman, non basta neanche una tonnellata di gled assorbiodori. Il vostro alito puzza, irrimediabilmente. I vostri polmoni e la vostra pelle continuano ad esalare grigio anche il giorno dopo, è inutile che ci dormiate sopra. Non importa che vi laviate i denti la mattina: chi vi bacia lo sa. Tutti i giorni, per tutta la vita.

I miei compiti d'italiano diventavano gialli di catrame e un alone di nicotina ricopriva l'odore di carta protocollo, trasudava solitudine, dopo la correzione.

Fate come volete, a casa vostra createvi una camera d'intossicazione acuta, in cui sfogare la frustrazione provocata da comportamenti quali il mio, dall'intolleranza di chi vuole l'aria così come è stata creata - o un'approssimazione sufficientemente vicina. Liberate la vostra aspirazione, incamerate il più possibile, concentrate la nicotina e vomitate zaffate sopra l'ossigeno che vi circonda. Non c'è problema, fatelo pure. Ma non sentitevi dei divi, non cedete alla tentazione di sentirvi più tranquilli e concentrati e coccolati. E' solo sindrome di Stoccolma. Quando saprete dimostrare di poter aprire la porta e chiudervela dietro ne riparleremo.

Postato da: emanuelasplinder a 23:59 | link | commenti |