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Tunner: "Da quanto tempo non vedono un turista."
Port: "Noi non siamo turisti, siamo viaggiatori."
Tunner: "E che differenza c'è?"
Port: "Un turista pensa a quando tornerà a casa dal momento in cui parte. Un viaggiatore non sa se tornerà."
Port si alza e va via
Tunner a Kit: "E tu che cosa sei?"
Kit: "Una via di mezzo"
"It can't all be coincidence - Too many things are evident
You tell me you're an unbeliever - Spiritualists ? Well me I'm neither
But wouldn't you like to know the truth
Oh what's out there to have the proof
And find out just which side you're on
Where would you end in Heaven or in Hell ?
Help me. Help me to find my true self without seeing the future
Save me, save me from fortuning myself even within my dreams
There's got to be just more to it than this
Or tell me why do we exist
I'd like to think that when I die I'd get a chance another time
And to return and live again, reincarnate, play the game
Again and again and again".
Iron Maiden, "Infinite dreams", "Seventh son of a seventh son"
:::
"Lord what's the matter am I insane
This life's an illusion that's all it remains
Are you listening, are you boss
Am I gonna make it up on that cross
Believe in Your name and
You'll forever be"
Lenny Kravitz, "Be", "Let love rule"
:::
"Black day, stormy night
No love, no hope in sight
Don't cry, he is coming
Don't die without knowing the cross
Ghettos 2 the left of us
Flowers 2 the right
There'll be bread 4 all of us
If we can just bear the cross
Sweet song of salvation
A pregnant mother sings
She lives in starvation
Her children need all that she brings
We all have our problems
Some BIG, some are small
Soon all of our problems
Will be taken by the cross"
Prince, "The cross", "Sign o' the times"
:::
"There must be more to life than this - How do we cope in a world without love
Mending all those broken hearts and tending to those crying faces
There must be more to life than living, there must be more than meets the eye
Why should it be just a case of black or white - There must be more to life than this
Why is this world so full of hate, people dying everywhere
And we destroy what we create - People fighting for their human rights
But we just go on saying c'est la vie - So this is life
There must be more to life than killing, a better way for us to survive
What good is life, if in the end we all must die
There must be more to life than this
There must be more to life than this - I live and hope for a world filled with love
Then we can all just live in peace
There must be more to life, much more to life,
There must be more to life, more to life than this"
Freddy Mercury, "There must be more to life than this", "Mr. Bad Guy"
:::
All'inizio sembrava un caso, una prova di urlo, una prova d'attenzione del gran mondo circostante. Un "uh!" improvviso, nel discorso in quella lingua che imparo a capire man mano che si avvicina alla mia. Di nuovo si è alzato un "uh!" sopra un assolo quasi tribale, di parole fluide, così tanto da non interrompersi tra l'una e l'altra; e poi, ancora, più alto, improvviso: "uh!".
Ho cantato con lui, in cinque quarti, per davvero.
testa testa testa, mal di testa, di più: metà, emicrania
Quando la smetterà il mondo di essere mondo e il corpo di esplodere dentro. Guarda, guarda da vicino, più vicino e vedi che ricomincia tutto da capo, è un'altra dimensione, più piccola, altrettanto complessa.
inizia e non finisce, c'è troppa luce, spegnete la luce quando uscite, grazie.
Una medusa, sbattuta sugli scogli caldi del pomeriggio.
Intanto avanza la stagione del convolvolo, si allunga, si aggrappa, si avvinghia verso il sole.
Questa gente sopravvive: in piedi, seduta, vestita, scalza.
E' un vento libero, bellissimo, riempie gli alberi. Non so scriverne, sono stanca e lo ascolto. Il Monte Rosa si indovina ancora perfetto, enorme, scuro, in fondo, sopra tutto.
Lodi sperticate a Cindy Blackman, straordinaria - a dir poco - batterista sul palco di Lenny Kravitz. Quando si dice condurre.
Lodi a tutti, su quel palco, dietro a quel grandioso burlone del Ministry e alle sue sette chitarre e innumerevoli piercing e tattoo:
lodi al chitarrista, controfigura di Slash di bianco vestita,
lodi al pianista, immerso più di un Talk Talk agitato,
lodi al bassista, autentico rocker, che non ha abbandonato la giacca di pelle nera fino alla fine,
lodi alla solista e agli altri due coristi, che scaldavano di blues i ritmi più rock,
lodi a Mr trumpet + trombone, che ha dimostrato che un assolo esce anche dal trombone quando proprio lo si vuole,
lodi al sax e al sassofonista, dirne è di più.
Lodi, soprattutto, a quel sant'uomo che ha passato le bacchette nuove a Cindy mentre era nella furia più nera del suo strumento.
Gran concerto, da vero club.
Capita, a volte capita. Uno è immerso nel suo lavoro, o concentrato in attività banali e futili, e improvvisamente gli si presenta davanti un'immagine. E' un trastullo della mente, un silenzio della ragione, una farfalla che interrompe col suo volo il tuo sguardo rapito altrove.
Ecco.
Succede che, in un pomeriggio - fuori - assolato mi sia ritrovata di fronte immagini di Mashhad. Come una sequenza fotografica, una proiezione tutta mia, una personale ad uso e consumo di una testa. Peccato, perché meriterebbe di essere proiettata a tutti.
Mashhad è il luogo onirico del ritorno: dopo mesi fra cineserìe, indianerìe, ex-sovieticherìe e tamerlanerìe, dopo migliaia di miglia di polvere spazzata dal vento e accecata da un sole tiranno, Mashhad ci accolse con il traffico già mediterraneo, con il commercio di cui le stirpi persiane ed arabe si sono nutrite per secoli, con le persiane e i veli che celano solo in una direzione.
Mashhad ha inghiottito il nostro taxi e il suo gentile tassista baffuto, che ci aveva raccolto al confine turkmeno. Una di quelle situazioni paradossali. Ma come se lo può immaginare, uno, il confine fra Turkmenistan e Iran? Proprio così. Non c'è niente e nessuno. Proprio così. Da un lato, un vecchio autobus che amerebbe essere scalcagnato. Quattro ruote, quattro lamiere e quattro sedili - nulla più - per portare gli unici due imbecilli e i loro bagagli oltre, di quei due chilometri, sotto al sole, fino al varco della terra di nessuno. Cinque minuti per metterlo in moto.
Di qua, una postazione organizzata, come volesse accogliere diverse persone. Dove una toglie la lente a contatto per far capire che quella della foto del passaporto con gli occhiali e senza il velo sono proprio io, sì, sono io.
Mashhad ha accolto noi, il nostro taxi con la pelle di pecora sul cruscotto e l'occhio di Allah che si agitava appeso al retrovisore dopo qualche centinaio di chilometri da quel confine, quello che non ci si può immaginare. In mezzo, deserto, colli d'argilla, case d'argilla quasi mimetizzate, qualche ciuffo di fuoco da pozzi di petrolio in lontananza, banchetti di meloni e angurie all'inizio dei paesi. Marco Polo li giudicava i migliori al mondo.
Mashhad, finalmente. Gente, scritte, negozi, biciclette, automobili, camion sbuffanti, corriere agitate, baffi neri, capelli neri, chador neri. Frutta, verdura, la zona dei negozi di cerchioni per auto, quella dei negozi di idraulica, quella dei negozi di falegnameria. Tutto, e tanto. La fine delle ristrettezze post sovietiche, del "quello no, ma oggi si consiglia questo". La fine dei menù finti e della finta aristocrazia. Mashhad è luce, confusione e bimbi, tanti bimbi in giro, attaccati agli enormi veli delle mamme. Perché poi la verità è questa: quei veli, tenuti con i gomiti e con i denti, non intimoriscono: lì dentro c'è la mamma. E dentro le cinta della cittadella religiosa non si trova solo la tomba dell'Imam Reza, ma soprattutto un grande senso di spiritualità. Fuori dal tempo, anche se guidati da una vigile accompagnatrice che tiene in mano passaporti e ricevuta di deposito di macchine fotografiche e videocamera, si attraversano corti e corti tappezzate di tappeti di preghiera, rossi del rosso del rubino e ci si confonde nel dedalo di mura ricoperte di mosaici oro, turchese e lapislazzulo, si resta abbagliati dai riflessi del sole calante su cupole e minareti d'oro e si segue, come bimbi, l'effetto di quei riflessi sulle pareti.
Mashhad è un luogo speciale. Per me è il luogo di un lungo, accorato pomeriggio. Poi è arrivato un lussuoso treno alla modernissima stazione ferroviaria e gentilmente ci ha portati via, verso Tehran, nella notte.