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Luce, troppa luce improvvisamente. Una forma si pianta sulla retina e si muove, danzella e si allarga piano piano, come un'onda forza tre. Ridicola, copre un pezzo e poi un altro del campo visivo, si arrampica coprendo gli oggetti della sua luce maligna e li soffoca. Soffoca te, che rimani senza fiato, inerme, un verme per colpa di un nulla sinaptico.
Non puoi che ingollare un piccolo siluro dal colore inutile, cercare l'acqua come un naufrago e aspettare. Aspetti mentre devi mandare la tua vita: scarichi il carrello, lo riporti indietro evitando quella parte delle macchine in posteggio che non puoi vedere se non spostandoti come uno storpio, ti siedi in macchina con chi hai generato, forse tranquillo dietro di te, e vai, cercando di vedere.
Trovi ristoro appoggiandoti piano, cercando riparo da tutto ciò a cui ormai sei ipersensibile. Ogni nervo sente troppo, è un'antenna che vibra.
Una boa, in fondo arancio, sale e scende.
Ancora ancora e un'altra boa, in fondo arancio, sale e scende.
Un'altra, una collana di perle lontane che si spostano su un decolleté generoso d'acqua, sale e scende.
Le onde scivolano verso di me, che guardo l'esistenza ferma, decisa, sicura, di chi nulla fa se non stare lì, per certezza, né carne né pesce, né acqua né aria, mai in terra. Un equilibrio ridicolo e necessario. Chi si muove le guarda e le scorda, piccoli punti di un colore sbagliato sopra il blu profondo.
C'è di sbagliato che non si muovono, c'è di giusto che si muovono. Un'onda si fa bianca improvvisa intorno e sopra alla mia piccola boa. E' felice di lucidarsi nell'acqua e sorgere ogni mattino, non tramontare la sera. Indovini lo scroscio flebile dell'acqua che torna acqua. I cavi scompaiono uno di seguito all'altro e si immergono, piccole mani che si avvinghiano nella certezza di stare insieme e creare un obiettivo. Nodi decisi, spirali di cavo, tensioni che seguono le leggi della fisica elementare. Un bel gioco.
Il sole si abbassa dietro di me e ancora uno spicchio di luce si fa strada fra le ombre dritte e lunghe. Le onde arrivano sottili e si disperdono piano, i minuscoli sassi vanno e vengono sulla lunga battigia piatta. Annuso la brezza.
E' un filo colorato, lungo un metro. Si svolge piano, si srotola per servizio, si sposta nell'aria e poi giù, delicato, sopra un velluto scuro. Geometricamente un'illusione in piccole dimensioni che l'occhio segue per vizio o per natura, perché la luce batte lì.