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"Passava le giornate al caffè Florian con un libro in mano, dentro o fuori secondo la temperatura, ed è a lui che si attribuisce quella famosa battuta veneziana, sai quella che dice: 'Xé le dò, ora che gavemo bevuo el cafè vien le quatro, par le sete semo a casa' "
Alberto Ongaro, "La Taverna del Doge Loredan"
Per la cronaca, del libro in sé mi piace solo l'intreccio, il garbuglio da cui si sviluppano infinite storie, tutte accentrate in Schultz.
Fine della mia pausa caffè.
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Un'ora per attraversare Milano della moda, una corsa da mysushi per me, da spizzico per C.
Il sushi è un toccasana. Il wasabi pizzica i sensi, lo zenzero si fonde al riso dolce, il sapore avvolge d'improvviso e si scioglie in un lampo, tra il salato della salsa di soja.
Così, saliamo di corsa al solito posto del cineforum, io sprofondo nel sedile rosso, scivolo nella gonna business dai toni caldi e apro la lattina di tè freddo, quello giapponese che sa di erba appena spremuta.
2046: ambiente, luci, riprese, tempo sono ancora In the Mood for Love, il regista non intende uscirne. Ma non ci si è fermato. Qui non è lineare, niente finisce con quello che vedi. E' ossessione, ossessione d'amore e di passione, cose comprese un po' alla volta, senza inseguirle. Mai successo? Tuffarsi d'improvviso in un sentimento potente, senza meditare, senza calcolare, senza sapere perché, in un momento forse impensato. Un imprevisto, una persona imprevista, una svolta imprevista. Ossessione, che l'uomo rifiuta irrazionalmente e che usa per sé finché preferisce. Ossessione, cui la donna si abbandona consapevolmente e che nega con minuti sotterfugi, sprofondando in ogni momento rubato. Passione intensa, déjà vu immaginati, verità nascoste.
Devo rivedere ogni scena, presto.
Dal 2046 non si ritorna.
"Un tempo quando uno aveva un segreto da nascondere andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurrava lì il suo segreto. Richiudeva il buco con del fango così, in seguito, sarebbe rimasto sigillato per l’eternità".
"2046", Kar Wai Wong
Mica notato come Battiato senza occhiali e riccioli sia sempre più il gemello separato alla nascita di Baudo?
Il pomeriggio si abbassa, poco alla volta, in un cielo limpido. Guido e guido, ho preso la strada, sono scesa a valle, sono in mezzo, proprio in mezzo alle montagne, un profilo alla mia destra, un profilo alla mia sinistra. Onde e onde, scure e bluastre, azzurrate in fondo, sfumate dalla finta foschia della lontananza, è solo aria quella che ci separa, che ci tiene insieme nel quadro. Si allarga anche al di là del profilo pesante degli occhiali da sole, così intravedo quello che sto lasciando: scorre al mio fianco, mi circonda per un attimo prima di sparire dalla mia immagine.
Sono sempre stata qui, per istanti come questo, non mi sono mai fermata, l'auto che mi trasportava e che allora non guidavo io non si è mai fermata. Centinaia di volte ho percorso, anni e anni fa, questo fiume tra i frutteti, questa valle serenamente raccolta dentro a pareti quasi verticali, che non ho mai capito come siano affrontate da strade minute che ne percorrono i fianchi, ne intagliano minutamente, minuziosamente le debolezze. Questo panorama è mio almeno quanto il colore dei miei occhi, immutato. Io sono qui, pur non essendomi mai fermata in alcuno di questi punti, di questa linea che ho percorso infinite volte. Conosco crinale dopo crinale, potrei raccontare delle nuvole che ho osservato dai finestrini del sedile posteriore, da un punto di vista più basso dell'attuale, a volte sdraiata, raccolta nel mio nascondiglio in movimento, nel quale l'esterno non poteva entrare, vedermi. Io vedevo fuori, davanti, in alto, i monti e il cielo. Potrei raccontare della forma di quelle nuvole, che si trasformavano in sé e per il movimento della mia fisica proiettata. Potrei dire delle tonalità di colore che assumono queste pareti, queste pieghe, la roccia, gli alberi, il ghiaccio, cascate improvvise e temporanee. Potrei spiegare questo cielo e le sue ombre.
Posso certamente confessare ad alta voce il mio strappo nel movimento verso sud appena passate le Bocche di Salorno, quando le case cominciano a perdere i balconi e i tetti di legno scuro, quando i paesi non sono chiazze di muri bianchi, semplicemente bianchi contro prati verdi. Posso indubbiamente rivelare la sensazione di certezza e accoglienza nel movimento verso nord, verso la chiusura della prospettiva, verso l'anfiteatro scenicamente pensato per essere mio, nel grigio e nel rosa.
Ecco, sto guidando io, ora, verso sud, verso il pomeriggio che si spegne man mano contro le pareti, anticipando il tramonto perché il monte si impone al sole. Guido io, con una parte di me sul sedile posteriore, quella che dorme, pacifica, perché si sente a casa.
E' improvvisa l'apertura, si scopre d'un tratto, esplode innanzi agli occhi la pianura. Non è liberazione, è disperazione nell'animo. Sono perse le certezze, i punti di riferimento, la dura, solida, continua, a tratti noiosa concretezza della roccia, sempre lì, da guardare, spiare, annusare con lo sguardo, per scoprirne sempre nuove sfumature. Il monte è osservazione, attenzione, verifica, ricerca di conferme, giorno dopo giorno. La pianura invade l'occhio e spegne il confronto dello sguardo, della memoria. L'orizzonte lontano o invisibile in un alone sfumato allontana, fa muovere altrove, induce alla ricerca di qualcosa, qualcuno di nuovo, un minimo punto di riferimento. Si apre improvvisa e perdo, una volta ancora, me stessa, mi annullo nell'orizzontale, perdo il mio confronto con quanto è grande. Lo perdo ancora, una volta di più si strappa in me qualcosa, so che non dovrei proseguire, so che dovrei tornare indietro, so che ho bisogno di quelle poche cose: quei prati, quella roccia friabile, quelle case un po' simili a se stesse, l'odore del legno, l'odore dei cavalli, l'odore di pino e muschio, l'odore del freddo, il mio odore nel freddo.
Invece proseguo, perché è così e perché è stato così da tanto, perché lì dietro non ho più niente di mio, anche se è dentro di me, e so di averlo intravisto altrove, in altopiani lontani, silenziosi, spazzati dal vento, accecati dal sole. Proseguo, mi spengo, smetto di pensare a me e inizio a calcolare, entrare nello spazio tempo che mi possiede, prevedere, immergermi nel mondo che si aspetta la mia presenza, mi abbandono al ragno. Come scavalcare il ponte e tornare nel continente che mi avvolge.
Viro verso ovest, Aeroporto Valerio Catullo scompare dalla mia vista, Motel Quadrante si dissolve alla mia destra, il sole si abbassa ancora laggiù.
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"Datevi da fare per colmare le distanze geografiche, gli stili di vita.
Vivete a Milano ma lasciatela prima che vi indurisca.
Vivete a Los Angeles ma lasciatela prima che vi rammolisca"
"Accetta il consiglio", Manlio Sgalambro
Beh, almeno ho lasciato L.A., e mi ero davvero rammollita. Ne ho una piacevole nostalgia. Poche cose hanno meno senso di minuscole, altissime palme contro un cielo a specchio, addosso a un sole rosso che si squaglia d'improvviso. La perfezione dà noia, per questo hanno inventato i barboni di fronte ai supermarket e i pazzi in spiaggia, i maniaci armati tra la gente. Ne ho una piacevole nostalgia, pari a null'altro a me noto: lascia un senso di plastica in bocca, forse per l'acqua che sgorga dai serbatoi trasparenti. Hanno inventato il terremoto per dare una spallata a chi lavora dentro al freddo, a chi si sposta in scatola, a chi pensa in scatola ed elimina il gusto - per vivere più a lungo. Non so se serva a molto. Tutt'al più dà qualcosa di cui riempire un'altra scatola per qualche giorno.
In fondo non è male svegliarsi sapendo che un mezzo gallone di latte è in frigo, raggiungibile a piedi nudi sulla moquette alta, e che ogni altro desiderio è a portata di auto, telefono o pc, anche la polizia, o gli elicotteri che volano bassi sopra le case degli studenti, alla ricerca di qualcuno che si lasci andare e beva la birra in terrazza.
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'Perché quando la verità non vuol farsi conoscere non è il caso di prendersela. Restano pur sempre le bugie'
Tratto da "Il segreto di Caspar Jacobi", Alberto Ongaro
Vorrei sapere cosa ci faccio io, a Milano.
Vorrei sapere cosa ci fa una come me, a Milano.
Vorrei sapere cosa c'entro, io, con Milano.
Vorrei sapere come si coniuga la libertà, a Milano.
Vorrei capire perché tutta questa gente è qui, a questo punto, in. [non leggi male]
E poi dicono dell'architettura sovietica.
E poi dicono dei suk arabi.
E poi dicono della fatiscenza.
Qui c'è tutto, riunito, aggregato, allucinato, compresso, drogato, frullato, strappato, inchiodato, accerchiato, denudato, defraudato, calpestato, compromesso.