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caravan cafe, кафе литературнoе
E' successo. E' finito. Ci ho provato in tutti i modi, a farlo durare di più. Ho iniziato altri due libri, nel frattempo. Ho fatto del bricolage. Mi sono concentrata sulle letture di Leonardo. Ho cucinato.
Poi non ho più resistito, l'ho ripreso in mano e ho continuato, con lui, passo dopo passo.
Ho seguito altri, prima. Ho seguito Colin Thubron in Asia, a Cipro, a Damasco. Sono salita accanto a Bill Bryson, ho ordinato da bere insieme a Pete McCarthy.
Ma ora sono davvero distrutta.
Ho chiuso il libro, ho accarezzato la controcopertina come avrei, credo, affondato la mano nel pelo folto del cane imperatore, del Babur ghoride dall'età indefinita, nella sua vita limitata a sofferta. Ho seguito il suo sguardo altrove, l'ho protetto dalle mine e dai sassi e dai lupi, l'ho trascinato nella neve fonda, mi sono congelata insieme a lui, bagnata, dentro al vento. Tra le montagne colorate tra la neve, davanti a un fuoco a scaldare le calze, ho ascoltato i rumori e le voci roche della gente, ho sentito il respiro di quella donna hazara, ho morso quel pane, ho bevuto avidamente il tè.
Riappoggiata la mia tazzina trasparente, ho sentito il caffè che scendeva, mi sono alzata, mi sono vestita, ho chiuso la serratura. Le chiavi tintinnavano contro il portone del garage, lo scarico dell'enfant terrible sembrava più vivo, stamattina. Il cancello si è aperto lentamente e sono andata. Una bella mattina, fresca e blu e gialla di luce. Non ho lottato in tangenziale. Ho parcheggiato e c'era un furgone, all'angolo. Servizio rimozione scritte.
Pensiero: "hmm, carìììni". Li guardo meglio, al di là del vetro, guardo anche tutt'intorno, altri sandali, scarpe, una sciarpina e minuscole targhettine con il prezzo.
Faccio quei tre passi prima di ripensarci, unoduetre, spingo la porta ed entro nello spazio, molto neo architettura commerciale, controsoffittatura, una fila di minuscole lucine mi accoglie, indica il percorso. Legno chiaro in terra, splendide poltrone di pelle, odorano ancora di nuovo.
"Buonasera"
"Buonasera"
"..."
"Volevo vedere quei sandalini lì fuori, quelli testadimoro" - Perché poi si usi l'imperfetto in queste occasioni solo il diavoletto dell'italiano imperfetto lo sa. Non è vero che li volevo. Li voglio, li voglio ora, ai miei piedi, voglio sentire quelle sottili, temibili striscioline di cuoio intorno al mio piede sottile, voglio stringere quel cinturino ora, intorno alla caviglia, voglio alzarmi dalla poltrona morbida per ritrovarmi improvvisamente su una minuscola superficie instabile, dura e scomoda.
"...?"
"trentasei, grazie"
Osservo la tipa dall'altra parte, ha uno spettacolare strumento di tortura ai piedi. La commessa torna con tutta la sua pettinatura laccata, i suoi pantaloni neri, la t-shirt nera, gli orecchini giusti. Alza il coperchio, i miei occhi non si staccano dalle sue mani. La velina scricchiola e scopre il sandalino destro.
Misura perfetta anche a occhio, già lo temo mentre allargo le estremità del cinturino, sfilo la fibbia microscopica, allungo il piede e lo infilo.
"Hm!"
"Come vanno?"
Mi segue, sento i suoi occhi che mi seguono avidi, decisi a concludere il prima possibile, prima che io mi accorga che sono una pazza.
"Mi sa che sono un po' larghi, vede, col piede sottile e il falso pronunciato non mi seguono bene il piede". Sono in bilico su cinque centimetri quadrati, cretina, non lo vedi? Qui ci vorrebbe un bel piede-ciabatta a riempire gli spazi. Io, questi, me li perdo al primo marciapiede.
"Peccato... mica ne ha un altro modello, di un colore così?". Ora, non me lo chiedete. Non so perché mi sono messa in testa il testadimoro. L'ho visto in vetrina, ecco. Non ho nulla di marrone, non mi vesto di marrone, odio il marrone, credo di non avere nemmeno borse estive marroni. Beh, però andrebbe con i tailleur pantalone beige, o bianchi, o quello di lino di un colore indefinibile fra un fu-militare-quasigrigio slavato. Insomma, ormai sono qui.
"Ah, sì, ne ho diversi. Gliene porto uno o due. Sempre trentasei?"
"Grazie". Come sarebbe, sempre trentasei? Le Hogan le porto trentacinqueemmezzo, forse fa più chic, come l'altramoda che fa i quaranta che in realtà sono quarantadue. Le Nike sono anche trentasetteemmezzo, che je frega, gli americani abbondano sempre.
In media trentasei, e poi mica si restringe in acqua fredda.
Eccola che arriva, scende le scale a chiocciola con due scatole in bilico. Incede come un cameriere col vassoio d'aragosta. Beh, più o meno...
"Guardi, che belli". Due modelli, due destri.
"Mica mi può passare il sinistro, di questo, così li provo insieme"
La fronte si aggrotta. "Hm, ah, come vuole". Come vuole? Come vuole? La razionalità, l'ottimizzazione, il confronto, la verifica, la relatività, einstein, il minimo comune denominatore, le parentesi.
"Grazie, molto gentile". Quello di destra è stato disegnato da un sadico, già me lo vedo con il frustino in mano. Queste sono scarpe estive, costano un occhio e - belle da vedere, mica dico di no - la listarella di cuoio è piena di nodini. Nodini, hai presente? Quello di sinistra è per un altro piede-ciabatta.
Sorride. Mi sorride.
Chiudo l'ultimo cinturino, arranco in equilibrio sulla superficie perfettamente liscia. Lo so, non sono a Milano, ma vorrei far osservare che i marciapiedi di Milano - li avete mai visti? - sono fatti da un bambino con la paletta. Pendono verso la strada, e già. Sono immancabillmente stati asfaltati in momenti diversi dalla storia, a strisce. Sono bitorzoluti, e nessuno sa spiegare perché visto che mancano i filari di pini marittimi a far sporgere radici a tradimento. Sono cosparsi di griglie di aerazione, tombini sporgenti, tombini infossati. Sono disseminati di scooter, smart e Cayenne col muso dentro ai passi carrai. A Milano, con uno qualsiasi di questi deliziosi calzari, mi vedo già a scendere e salire marciapiedi, scegliendo un tracciato intelligente, evitare i canali fra i sampietrini, accelerare di fronte a un semaforo già arancione mentre la borsa del pc mi scivola dalla spalla. Salirò e scenderò la scaletta di Porta Genova e atterrerò fortunosamente su un francobollo del marciapiede di via Tortona.
Cammino sul parquet chiaro.
Torno indietro. E mi sorride.
"Come vanno?". Sempre così. Come vanno. Come vanno! Non vanno, sono io che ci vado sopra, per forza di volontà o di inerzia. Ma ci vedi? Poggio su quattro centimetri quadrati, uno scappa da tutte le parti e uno - già è evidente - sta scegliendo accuratamente dove bucarmi la pelle entro i prossimi due minuti. E qui c'è pure l'aria condizionata.
"Ehm, questo è per un altro piede, mi sa, e..." - mi guarda interrogativa, mi guarda interrogativa! - "... e questi sono proprio belli..." - ci mancherebbe, il genio dei nodini, il torturatore del nordest, l'artista antibirkenstock - "... ma mi fanno già un po' male".
"Ah, ma Lei ha proprio il piede delicato, si vede". Si vede. Mi chiedo come starebbe se le staccassi, uno a uno, quei ciuffetti mechati e cotonati. In fondo Robert Smith non è male. Oppure con un'acconciatura alla Iggy Pop prima maniera, che dici?
"Mah, forse, è che - sa - ci devo camminare...". Mi guarda. E' un concetto, no? Camminare. Uno due, uno due, hai presente? Movimento a compasso. I cinesi amavano vederle ondeggiare come giunchi al vento e glieli spezzavano da piccole. Geniale. Il sadico dei nodini è un principiante, agisce sul contenitore, mica sul contenuto.
"... prevalentemente a Milano". Ma avrei potuto dire Venezia, che è un altro di quei posti. Il suo sguardo è chiaramente immerso in immagini di donzelle che scendono da automobili, dirette verso locali trendy jesolani, mentre il loro chauffeur in camicia bianca aperta davanti e rayban sulla testa cerca un posto.
Vorrei aggiungere anche che capita di prendere il treno, la metro, il tram, cose così. Ma non vorrei sembrare troppo plebea.
Mi salva lei: "Ah, ma ho anche un altro modello. Le piacciono questi?". Non ho capito dov'erano, ma si materializzano davanti a me.
Bellissimi.
Alti.
La zeppa è di quelle che vanno in dentro, hai presente?
Con un miracolo di equilibrismo mi alzo. Mi ricordo la prima volta che ho messo i rollerblade. Anni e anni di danza classica e di pattinaggio su ghiaccio sono un vantaggio competitivo. Io ci riesco anche a camminare. Decido che sotto i dieci minuti non produrrranno crateri. E in fondo, non ho sofferto per decenni dentro alle scarpe da punta. Sì, lì almeno uno tentava di salvarsi con argute costruzioni di cotone e cerotti, adeguatamente celati. Qui non si può. Ma cosa importa.
Sono uscita trionfante con il mio sacchetto di carta e manici di stoffa colorata, la scatola nuovissima col suo prezioso contenuto, dentro.
Uno di questi giorni scommetto che li metterò.
Ci sono borse bellissime, in vetrina. Piccole, deliziose, colorate, borchiate, bucate, rigate, quadrate.
Nella mia borsa devono stare, in ordine sparso:
- 1 cellulare
- le chiavi di casa
- le chiavi della macchina
- la chiavetta dell'ufficio
- il badge dell'ufficio
- almeno 2 pacchetti di fazzolettini di carta (uno si perde)
- almeno 1 rossetto, tanto non si trova
- almeno 1 giochino da bimbi
- almeno 1 bloc notes
- spesso, l'agendina, se non l'ho persa nella borsa del pc
- almeno 1 pacchetto di caramelle che non troverò
- un sacchettino di orsetti di gomma haribo (se ci cerchi quelli verdi: impossibile, sono i primi a finire)
- spesso, 1 biberon, se me ne ricordo
- spesso, 1 bottiglietta d'acqua, possibilmente Panna 75, se me ne ricordo
- se prendo treno + metro: 1 libro
- a volte: il caricabatterie
- varie ed eventuali
- 1 scatola di analgesico
- 1 scatola di imigran - l'emergenza non perdona
- i ticket restaurant
- almeno 1 carnet di biglietti del treno, rapidamente reperibile
- almeno 1 carnet della metro, rapidamente reperibile
- ultimamente ci ho trovato anche 2 macchinine e le chiavi dei miei (ecco, dov'erano)
Belle, quelle borsette, minuscole.
Stride, doloroso, spaccato.
Dovrei dormire, invece sono ancora qui. Ho letto LJ per un po', ho pensato al suo passato, ho intravisto il mio passato, mi sono chiesta: e ora? Mi sono persa tra i viali della sua Torino pazza, tra le sue emozioni.
Ora sono qui, ancora, e ripenso a dettagli. Quelli su cui, naturalmente, mi concentro. L'aria, folate irregolari, fredde, che mi prendono interamente e mi ruotano intorno, davanti a un oceano. Sassi, freddi e screpolati, torturati ed esposti, attaccati, qui e lì, forse protetti, certamente trasformati, da piccoli viventi, cose infinitamente piccole, apparentemente inutili, vecchie, antiche, preistoriche macchie grigiastre e arancioni, licheni bellissimi, nuvole da sfiorare, gelide e morbide e umide. Non c'è quanto respirare un mare nuovo, sguinzagliare lo sguardo sapendo che vedrà ben poco, oltre le onde. Non c'è quanto l'immaginazione. So dove finisce, quest'acqua, è forse deprimente, accorcia il desiderio. Longing, che parola. To long for, e dentro c'è la vastità, una distanza impercorribile, la saudade misurabile, il Drang e l'imperfezione.
Il romanticismo non è un gioiello da vendere.
Sarò banale e lo scriverò qui. Non sto andando da nessuna parte. Il fiume scorre, io galleggio.
Profuma di morbido, l'aria. Ci ho parlato, prima. Ti ricordi? Sì, mi ha risposto, quasi dormendo, e ha riso. Sì, mi ricordo e mi muovevo, mi muovevo così. Così, non ci sono parole, il sorriso è quella felicità del non dovere nulla. Solo godere di una stasi felice di crescita. Di un ambiente tuo, senza ostilità.
Io sono fuori, in un posto che si muove, in cui mi muovo, in cui muoversi è dovere. C'è fatica, non rancore, ma quasi. Rassegnazione, non ancora. Una pie chart in testa, è tutta qui la tristezza. E pure l'aria è lucida, i petali sprizzano calore. Li curo, mi curo. Ma non vado da nessuna parte.