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Sdraiati, al buio sul lettone, d'improvviso lui mi abbraccia forte forte.
"Siamo felici!" intona acuto, verso l'ultima sillaba e potrebbe essere una domanda, eppure non lo è. La mia testa adulta e sciocca sbaglia, non è una domanda. Tra un po' lo porto a dormire. Intanto lo stringo forte anch'io. Piccolo e dolce e birbone e fonte di un bel po' del caos che mi circonda.
caravan cafe, кафе литературнoе
"Forse, questa sera, qualcuno di quei ragazzini imparerà per sempre che in ogni amore per l'arte c'è almeno una punta di nostalgia, di passione non corrisposta sino in fondo, e che quella mancanza è una prova della sua verità; l'amore, è stato detto, è tutto ciò che non si ha".
Claudio Magris, "L'infinito viaggiare"
La metropolitana accelera, lui abbassa lo sguardo; vibrano curvano sbandano gli occhi di lui, dall’alto al basso. Lei si muove, cerca una posa. Le sue dita si avvicinano alla cintura di lui. Non la prendono. Lui è oltre, distante, finge, aggrappato in alto. La sbircia, soddisfatto, pieno di potere.
Chiacchieravamo, abbiamo superato la stazione giusta della metro. Il cuore si è alleggerito, ridendo. Cambiare, fare cose non previste e non pensate. Cose che succedono, al pari di quelle previste, un'esistenza ulteriore, contemporanea, normalmente negata.
Ci ho messo del mio. Ho deciso, finalmente, come vestirmi al matrimonio a luglio. E' noto che non comprendo perché la gente si sposi a luglio. Fa caldo, di solito si va al mare, in montagna, al lago o si polleggia boccheggiando sul divano di casa davanti a un ventilatore, i mondiali e una limonata gelata. L'ultima cosa che ti verrebbe in mente, a luglio, potendo scegliere con un minimo di razionalità keynesiana, è andare a un matrimonio. Un uomo si mette quel che si mette, ma questo non ha rilevanza. Sto parlando di gente seria: una donna ci si deve impegnare. Mica si infila il vestito grigio perla estivo per l'ufficio con una cravatta chiara. Mica basta passare il rasoio in faccia. E' questione di serietà.
Quanta gente ci sarà - cinquanta non è mica cinquecento.
Chi sono io in tutto ciò - la damigella, la sorella, la cugina, l'amica intima, l'amica che è lì per far numero, la moglie del fratello, nessuno e non ho capito perché sono qui.
A che ora sarà - mattina/pranzo: da bollire; tre e mezza al mare: li ammazzerei fino a cena; sera/cena: elevato rischio danze e schiene scoperte in modo pericoloso.
Dove si farà - perché mica è la stessa cosa Portofino o un agriturismo in Toscana o il centro di Milano un sabato sera di luglio.
Poca retorica: sposarsi in febbraio ha un sacco di vantaggi.
Ma qui ormai siamo alle strette: c'è un matrimonio a luglio in un agriturismo in Toscana e c'è da capire come vestirsi. Sarà chic ma sarà bucolico, e soprattutto sarà di giorno. Caldo. E ci sarà un cosino di due anni e mezzo da inseguire. Signorina, come ho detto: niente scollature pericolose, grazie, e niente vestitini svolazzanti. Non va. No, neanche quello bello nero. No, neanche quello bello bianco. E no, no e no, nemmeno quello che mi ha mostrato in nero e che mi sta mostrando in verde bottiglia: ma l'ha vista la Parietti al matrimonio Savoia? Ecco, e la mia massaggiatrice non è quella della Parietti. Insomma, siamo seri: Lei se lo metterebbe?
Chi di verde si veste di sua beltà troppo si fida (bisnonna dixit).
Le donne dovrebbero coprire l'unica cosa brutta che hanno: le ginocchia (bisnonno dixit).
Alla fine ho deciso. E' stata una combinazione. Ho visto una canotta e una camicetta molto voile-eggianti, singolarmente trasparenti a fiorellini turchesi e ho detto: perché non prenderle tutt'e due e metterle sopra a dei pantaloni? Pantaloni: giusto quelli che sono a stringere or ora dalla sarta (e che ho preso senza sapere perché). Scarpe. Le scarpe. Beh, ci sono i famosi sandalini nuovi. Quelli che un giorno metterò. Perfetti, stesso colore dei pantaloni. E dei particolari del top. Splendido. Borsa. Facile, fin troppo facile: devo solo chiedere un prestito a mia mamma. Una cosa che le ho preso a Saigon. Fine, fatta.
E invece no. Ci ho messo del mio. Perché, vedete, sotto a tutto ciò, mediamente trasparente, voglio mettere un reggiseno. Sarà mica strano. Beh, a dirla tutta dovrebbe essere - lo so, non ribaltatevi sulla sedia, ma non c'è altra opzione - tipo testadimoro. Lo so, è dura. Potrebbe anche essere nero, siamo d'accordo, ma non è la stessa cosa. Adesso, però, ragioniamo: se di fronte all'Arena di Verona, nella casa in cui (come da targa in marmo) una ragazza venticinquenne, incinta, fu trucidata qualche secolo fa, c'è ora un negozio di intimo; se l'intero corso Buenos Aires è un supermercato del perizoma, con tanto di mezzibusti color carne che ruotano su se stessi per mostrare fronte e retro; se dietro al Duomo di Milano sono esposti bustier a fiorellini e a righe brasileire; se la Rinascente, con buona pace di D'Annunzio che forse riscriverebbe un paio di capitoli del Piacere, dedica un mezzo piano abbondante alla materia; se perfino il Calmaggiore di Treviso, dove la gente fa la coda tutti i giorni davanti a Gucci, è costellato di mutande; beh, allora, ho qualche speranza di trovare un reggiseno testadimoro che, come direbbe la mia amica Heather, "matches your shirt".
Ora, se siete uomini, fatevi da parte o prendetevi una boule di popcorn. Se siete donne o uno spirito affine, forse immaginate già come evolve la vicenda.
Entro alla Rinascente. Testadimoro esiste, in due o tre varianti. Una imbottita fino alla gola, una a quadratini fintologogucci, un'altra che poi si rivela di un nero dubbio. Nell'incerto prendo da provare anche un wonderbra - mi fa sempre un po' ridere che esista davvero - e un altro oggetto di colori non ben identificati, così, tanto per ridere. Avete presente un camerino, no? Ci hanno fatto anche un film, in Spagna, su un tipo che lavorava ai grandi magazzini e sul suo uso dei camerini. Lasciate stare. Un camerino è un luogo di sofferenza, in cui raramente si riescono ad appoggiare le cose che si vorrebbero, spesso si incontrano spilli pericolosamente vicini alla punta dell'alluce se vi state provando un pezzo di sotto e in cui le luci sono state collocate appositamente per farvi sentire delle amebe oversize. La prima volta che mi sono depressa, in un camerino, è stata a diciotto anni, mentre provavo un costume. Lo ricordo bene, perché mi sono detta: ho diciotto anni e qui dentro sembro un budino con sopra una meringa ad onde. Facevo danza da quattordici anni e vi assicuro che non lo sembravo, fuori di lì, un budino con una meringa ad onde. Per cui so una cosa: mai fidarsi di quello che sembra di vedere, in un camerino. Non è reale e comunque, anche se lo fosse, fuori di lì la vita è migliore, il sole splende e spesso essere coperti in modo strategico non guasta.
Vi dirò un'altra cosa: viva gli anni settanta e ottanta, quando le riviste femminili proibivano, apparentemente per motivi medici, i ferretti. Invece no, adesso ci siamo dentro fino al collo, perché Brooke seduce Ridge in assurdi abbinamenti di finto raso e perché Erin Bronkovic straripa fuori da Julia Roberts in tutti i possibili modelli di Victoria's Secret, strategicamente occhieggianti da t-shirt della misura di J-Lo. E quindi provo reggiseni con il ferretto. Vi dirò subito (e soprattutto se siete maschi), che il wonderbra a ma fa ridere. Cioè: ogni tanto ne provo uno, così, per dire. Anzi, ne provo sempre due misure, per capire se deve schizzare fuori il contenuto o se deve sembrare che schizzi fuori il contenitore. In ogni caso la cosa migliore, del wonderbra, è provarlo, non comprarlo e soprattutto toglierlo. Un po' come uscire da un ascensore chiuso fra due piani quando vi ricordate che vi scappa la pipì. Toglierlo (sia quello troppo piccolo sia quello troppo grande) è bellissimo, fa sentire bene e in pace col mondo. Qualcuno pare abbia avuto anche intenzione di affiliarsi agli Hare Krishna, togliendosene uno.
E quindi, nulla può andare male. Basta avere ben presente un paio di punti fermi:
1. niente wonderbra
2. mai prendere un reggiseno troppo piccolo, anche fosse un laperla in sconto
3. mai prendere un reggiseno imbottito troppo alto.
Ecco, fermiamoci qui un istante. Non ho nessun problema a immaginare a cosa servano i reggiseni tondi, quelli a pallina, per dire, sopra la quarta misura. Tengono, contengono, sollevano, danno una forma, insomma: fanno il loro dovere.
Ma dalla terza in giù, non saprei. Posto che normalmente si ha in mente come indice di regolarità e perfezione la coppa di champagne, vorrei precisare che la coppa di champagne è normalmente così: una coppa di champagne. Non una palla da calcio, non una palla da rugby, non una cosa da tenere dentro. Semplice: perché il dentro non è così tanto. Cioè: c'è, si vede, ma tendenzialmente non riempie una forma a palla, sia che stia su da solo sia che abbia bisogno d'aiuto, credo. E quindi: perché insistere a fare i reggiseni-sottogola, come se una seconda o una terza fossero trabordanti, quando al minimo movimento si vede che nella parte alta manca un pezzo. Fa schifo. Una seconda e una terza vanno, tutt'al più sostenute ("reggi"), spostate in una direzione (alto, centro) piuttosto che abbandonate alla forza centrifuga e alla forza di gravità, ove necessario. Una prima può essere aiutata a confondere le idee, ma le proporzioni tra pieno e vuoto sono diverse. In una seconda o in una terza il vuoto è assurdo. Perché insistere ad arrivare alla giugulare, boh.
Nel frattempo sono entrata in una serie di tutti quegli altri posti che verrebbero in mente anche voi: dietro a vetrine trasparenti, tra mezzi manichini ruotanti, tra file di rosa fluo e color pastaditurchese, ho attraversato file di soutien gorge multicolor e brassiere deprimenti, ma non ho ancora trovato quello che cerco. Però ho capito che le grandi catene hanno avuto la geniale intuizione: commesse medio-brutte, mai anoressiche, meglio se mediamente oversize per accogliere una cliente alla ricerca di quello che non c'è. Ho capito che la vetrina deve essere grande, trasparente e invitante verso il nulla cosmico, più che al Body Shop. Ho capito che la vicinanza con un grande monumento è un vantaggio competitivo, come se dopo aver acceso una candela in una cattedrale una fosse necessariamente colta da uno spirito trasgressivo da perizoma con catenella. Tutto sommato, sociologicamente interessante.
Sto meditando un low cost per infilarmi da Victoria's Secret o al LaFayette prima di metà luglio.
Alle mie spalle c'è un pinguino. Un pinguino imperiale, mica ridere. E' pure grandino, becco, zampe e tutto il resto. Si fa fuori un barile di aringhe al giorno, e se siete mai passati dalla sezione alimentari dell'ikea sapete quanto costano le aringhe Abba al Dill o alle carote e cipolla. Questo è Pingu, e se davvero fosse così mi costerebbe un occhio.
Anche perché oltre a Pingu, quello grande e grosso alle mie spalle adesso, di là, sulla spalliera del letto c'è il progenitore di tutti, Pingu (che non è il Pingu di cui sopra). Pingu è nato all'aeroporto di Auckland, quando avevo in mano ancora dieci NZ$ e ho deciso di comprare un regalino a Carlo. Avevo pensato a un Kiwi, che mica è un kiwi, ma un kiwi, un uccello che cammina e non vola, col becco adunco e lungo e un ciuffetto sulla testa. Il fatto è che tutti i kiwi che ho guardato (e, badate bene, mica erano uguali fra loro) non mi sembravano simpatici. Allora ho guardato i pinguini. Non che uno dica: vado in Nuova Zelanda perché ci sono i pinguini. Mica gli viene in mente, lì per lì. Uno pensa all'Australia e pensa ai canguri, giusto agli wombat con un po' di fantasia e ai diavoletti della Tasmania se conosce a fondo la natura dei cartoni animati. Uno pensa alla Cina e gli viene in mente Mao e poi un panda, forse, magari con un bel germoglio di bambù fra le zampe. Uno pensa alla Nuova Zelanda e.. casomai un kiwi da mangiare, un kiwi che non vola e gli All Blacks. Ma lì c'erano un sacco di pinguini. Lì, intendo al duty free dell'aeroporto. Perché è vero che la Nuova Zelanda se ne sta un po' come l'Italia. Solo che se sali sopra Dobbiaco trovi ancora un sacco di terra. Se scendi e scendi dalla Nuova Zelanda capita che tu finisca in Antartide. Ed è più o meno quello che hanno pensato un sacco di pinguini nel tempo.
E quindi siamo a due: Pingu, quello grosso che è arrivato per L. qualche mese fa e che sbircia attento quello che sto scrivendo, e Pingu, il progenitore di tutti. Dico tutti, e non a caso. In fondo a qualche cesto, a casa di C. ce n'era un altro. E' saltato fuori facendo pio-pio. Perché, se lo fai andare su e giù, questo pinguino, un po' paffuto e cucciolo, fa pio-pio. Beh, anche Pingu, il progenitore, intendo, se schiacciato fa pììo. E' questione d'accento. A parte questo, il cucciolo è palesemente stato da subito Pingu-ino. Pronunciato così: Pingu-ino.
Poi mica ne bastavano due (Pingu, quello che mi sbircia, è arrivato dopo). Qualcuno è andato alle Galapagos e ha pensato bene di portarci un pinguino delle Galapagos. Lo guardi e subito lo capisci: è Pingos. Pingos ha il becco marrone, e per la precisione sembra una carota marrone piantata sotto gli occhi. Pingos è davvero simpatico. Ogni venerdì sera prepara la fiesta per tutti. Mica è un tipo da Polo Sud. E' un leader. Beh, anche Pingu, il progenitore, è un leader. Lui dice, gli altri fanno. Pingos, invece, prepara la fiesta, ogni venerdì sera, tranne l'ultimo venerdì del mese. Sai come sono, i pinguini: basta che ne parta uno e tutti dietro. E così, ogni venerdì sera, tutti a fare il pappappèro, il trenino dietro a Pingos.
Per la cronaca, c'è un Pingu anche a casa dei miei, da qualche tempo, ma questa è un'altra storia. Il problema autentico è che sono sulla soglia di casa altri due pinguini - e non so nemmeno come si chiamino - devo solo cucirli e imbottirli e fare poche altre cose. Stanno aspettando da Natale, bisogna che mi sbrighi, perché i pinguini hanno una certa fretta quando ci si mettono. E non vorrei mai farli arrabbiare. Magari devono partecipare al pappappèro di questo venerdì. Devo assolutamente ricordarmi di andare a comprare dell'imbottitura.