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кафе литературнoе
Un nuovo libro sfilato dalla pila.
Un nuovo inizio.
"Il silenzio della neve, pensava l'uomo seduto dietro all'autista del pullman. Se questo fosse stato l'inizio di una poesia, avrebbe chiamato 'silenzio della neve' ciò che sentiva dentro"
Orhan Pamuk, Neve, 2002
Un fiocco alla volta, nel quadrato bianco, ricopre gela le parole e solo quelle.
bar bianco, katz’s delicatessen
Pronto soccorso pediatrico di un grande ospedale, sabato mattina, sala d'attesa.
Mentre L. anima uno schiacciasassi colorato, entra una bimba allegra, colori chiari come il suo papà, contorni della sua mamma.
"E' proprio pallida", lui la guarda. Gli scivolano i jeans da sotto il bomber, un po' stretto per la massa e i tatuaggi che contiene. "Quando sta male assomiglia a me". Sorride e aggiunge: "Quando sta bene assomiglia a te".
cafe sacher, кафе литературнoе
Non tradisce quasi mai, via T., il sabato pomeriggio: uno spazio, inusitatamente libero, attende il riposo di una fida enfant terrible. Quasi davanti al mio vecchio portone - Affittasi, c'è scritto. Due piani oltre è già accesa una luce dietro alle tende. E' la stanza rossa, quella che si vede bene dal cortile interno, da una finestra di casa mia.
Shopping, un pomeriggio di intenso shopping, nel cuore di corso B.A.: orgogliosamente grondante mercanzia mi infilo in via San G., penetro tra gli aromi della pasticceria San G. di via San G., gambero rosso e tutto il resto, tra clienti che affondano il cucchiaino nella panna montata dolce, ricoprendone il loro caffè.
Mi rifugio all'interno, scelgo il tavolino in fondo, ordino una cioccolata calda densa, aspetto.
Arriva obbediente la tazza bianca, bassa e orlata, traboccante quanto possono i legami fisici: un'eruzione contenuta da un infinitesimale strato, scurito all'aria.
Potrei - potrei - già infilare il cucchiaino nel magma semisolido. Infilo, invece, la mano in uno dei sacchetti con la F rossa e ne estraggo uno dei sei o sette vizi letterari che mi sono appena concessa. Faccio scricchiolare la rilegatura, spalanco il libro.
"Prologo
Questo racconto è innanzitutto una storia di anima e di carne".
La mia mano cede infine alla tentazione, si avvicina all'aroma nero.
Esco e la trovo davanti allo specchio. Apro l'altro rubinetto, è bella l'acqua sulle mani.
"Stavo decidendo se stringere la cintura di un altro buco oppure no".
Guardo il suo riflesso. Come un cioccolatino dietro la vetrina di una confetteria. Irresistibile.
"In effetti quello mi sa che è un problema che non avrò almeno per un po'".
Sorride, mi pare, mentre esce dallo specchio e dalla porta, portandosi dietro, immagino, il suo irresistibile aroma.
La manina nel cassettone aperto.
"E queste?"
"?"
"Ma sono attacc-h-ate!"
"Sì, si chiamano collant"
"Ah. Non sono stacc-h-ate"
"No, in effetti, quelle no"
hard rock cafe, caravan cafe, caffè florian
Per essere in grado di entrare nel mondo dei sentimenti e dell'attrazione sessuale senza apparire sciocchi e imbarazzati, occorre fare del piacere una sacra priorità e destinare a esso un tempo preciso, proprio come si fa con le festività religiose. Mettere il piacere sul calendario sacro non significa ridurlo a un paio di giorni di relax compressi tra due pesanti settimane in viaggio d'affari. Significa proprio il contrario: rovesciare le priorità; prima mettere in agenda quello che può essere un progetto di piacere lungo qualche settimana, dopo di che trovare lo spazio per il viaggio d'affari.
Fatema Mernissi, L'Harem e l'Occidente
кафе литературнoе, katz’s delicatessen
Uno scrittore del quattordicesimo secolo che si prese la briga di contare le parole che esistono nella lingua araba per dire "Ti amo" compilò una lista di sessanta voci. [...]. Mente analitica di incommensurabile finezza, egli osservò che avere tante parole per esprimere la stessa cosa non era un segno particolarmente buono, e che in effetti questo implicava l'esistenza di un "problema". Gli arabi, spiega, dedicano un pari sforzo linguistico solo per nominare i concetti molto complessi, quelli difficili da afferrare [...] o ingannnevoli ai loro cuori [..]. In questo caso, aggiunse, tante parole per un solo concetto erano, in effetti, un modo di celebrare un importante fenomeno di civilizzazione [...]. Sfortunatamente, quando si va ad analizzare la lista, ci si accorge che molti si riferiscono all'amore come pericoloso momento di confusione mentale (khabal), disorientamento (futun), perdita dei punti cardinali che ti aiutano a trovare una collocazione. C'è naturalmente l'idea dell'amore come un tuffo nel vuoto (hawa), proprio come l'inglese to fall in love, o il francese tomber amoureux, e molte altre dove amore è sinonimo di follia [...] o atroci sofferenze [...]. Ma la più interessante rivelazione della lista, che mi rallegra e anima le mie speranze, sono quelle voci in cui l'amore è descritto in termini positivi - come un'amicizia privilegiata dove la tenerezza facilita la comunicazione [..] o come un forte impulso di energia che spinge a muoversi.
[...]
Molte delle sessanta voci che vi sono elencate descrivono l'amore come un'urgenza di viaggiare [...], un passo nell'ignoto [...], un'avventura in territori alieni.
Fatema Mernissi, L'Harem e l'Occidente
кафе литературнoе, katz’s delicatessen
Se si ammette che Shahryar e Shahrazad rappresentano il conflitto cosmico tra il Giorno (il maschile come ordine obiettivo, il reame della Legge) e la Notte (il femminile come ordine soggettivo, il reame del desiderio) - speiga ancora Cheddadi - il fatto che il re non uccida la regina lascia gli uomini musulmani in una intollerabile insicurezza dato che la battaglia finisce irrisolta, senza vincitori né perdenti chiaramente definiti. "Permettendo a Shahrazad di restare viva, il re sospende la legge che lui stesso ha stabilito". Paradosssalmente è Shahryar, il maschio, a frenare se stesso, garantendo a Shahrazad il diritto di vivere, parlare e prosperare. "Legge e desiderio sono come immobilizzati, senza garanzia alcuna che, da un momento all'altro, ciascuno dei due non seguirà di nuovo il suo proprio corso".
Fatema Mernissi, L'Harem e l'Occidente
No, non sei una famiglia povera di Bosnia. Non parli bosniaco, parli rumeno. La bimba è brava, molto più brava di tutti i suoi coetanei milanesi, forse: si sposta lungo la carrozza semivuota reggendo una lattina vuota e fingendo, convincente, di asciugarsi lacrime infinite ma invisibili, il fazzoletto di carta stretto nella manina. Fingono tutti, fingo io, finge la signora col collo di volpe, finge il ragazzo con l'orecchino e il gel in testa, jeans con paillettes argento, viene o va verso una discoteca.
Si aprono le porte, si chiudono le porte, famiglia povera di Bosnia esce. Entra un vecchio, poi vecchio non è, forse neanche sessant'anni. Ha la pelle spessa, scura, esposta a lungo, molto più a lungo di quanto non sia successo a me e alla ragazza che mi siede davanti, una biondina forse slava, mento pronunciato, pelle finissima, truccata, stivali neri punta tonda tacco sette, una bottiglia di spumante e una scatolina nel sacchetto dell'esselunga. Sorride, continua a sorridere alla sua idea. Serrate le porte, chiusi dentro, dondoliamo insieme, ascoltiamo lo stridio e le prime note della fisarmonica. Le ho già sentite mezz'ora fa, direzione opposta, stesso vecchio, poi vecchio non è. Suona una melodia allegra, ha già ricevuto il mio ringraziamento. Finge, fingo, fingiamo tutti. Scendo.
Un grande incrocio, questa volta tocca me: il rosso e la zingara lavavetri. Ha ragione, questa macchina fa schifo. Gliela lascerei per un'ora, fossi certa di ritrovarne tutti i pezzi, possibilmente assemblati come da istruzioni e puliti. Finge di non vedermi, fingo di non arrabbiarmi, fa il suo lavoro, abbasso il finestrino, fingo di non vedere che finge di non guardare la pietra trasparente contro il cielo trasparente.
Via del centro, vetrine preziose, arredamenti intoccabili, scarpe interessanti, signore chic entrano nel negozio dove sono salutate per quello che rappresentano. Finge interesse, la commessa, sì, bisogna vedere quando torna dalla montagna, signora, così vede cosa le manca. No, non ho quel modello di poncho. Sì, le faccio avere quel numero. Via del centro, un uomo si finge storpio, si avvicina poggiandosi a un bastone inutile, il cappello calcato e la giacca troppo ampia, come tutti gli altri, giacca troppo ampia, cappello calcato, bastone inutile.
E' un luogo che non conosco, un luogo di poco all'interno, secco e arido e collina. Sentieri portano a rovine, del settecento quanto un dipinto neoclassico, cespugli sparsi, forse animali e tutto il resto. L'aria calda più che tiepida e meno che rovente, sicuramente asciutta. Movimenti di persone, movimento mio, in esplorazione e spostamento attraverso il paesaggio, alla ricerca, per comprendere e conoscere questo luogo, che non conosco.
Arrivo a un paese, sento aria di mare, la luce si fa lucida come è la luce intorno all'acqua, trovo la mia casa. Una casa grande, vecchia di cent'anni e più, mura spesse, è fresca dentro, forse un brivido entrando all'ombra. Una casa solida, abitata da molto, essenziale ma piena di quello che serve. La attraverso, stanza dopo stanza, entro ed entro e dall'ultima stanza si apre una veranda, ampia, tavoli di legno grandi e lunghi, all'ombra di un tetto di legno scuro, edera e verde scuro, qui sotto fa fresco, è un sollievo verso un cortile grande. C'è gente, c'è altra gente che sembra naturalmente lì, non so che farmene ma è lì, a prendere il fresco e riposare e chiacchierare, respirare e guardare aria e luce riflessa.
Dopo un po' mi alzo ed esco, esco nel paese che è una strada, con portici recenti, forse una ferrovia, portici complicati, quasi labirinti, c'è gente, è un'ora di acquisti e spostamenti, e dire che a poco da qui è di nuovo neoclassico e a poco da qui è anche la casa, mura antiche e solide.
Lo sguardo si alza, sono in un punto estremo di un'isola estrema, di una Sicilia che sfiora - dall'alto si vede bene - l'Italia da un lato e l'Africa su questo, le sfiora talmente che qui, in questo paese che non c'è, a pochi passi dalla casa, dalle mura antiche e solide, si giunge a una spiaggia di sassi e ghiaia, così vicina alla riva opposta che basta una barca a remi.
hard rock cafe, кафе литературнoе
This, no song of an ingénue,
This, no ballad of innocence;
This, the rhyme of a lady who
Followed ever her natural bents.
This, a solo of sapience,
This, a chantey of sophistry,
This, the sum of experiments, --
I loved them until they loved me.
Decked in garments of sable hue,
Daubed with ashes of myriad Lents,
Wearing shower bouquets of rue,
Walk I ever in penitence.
Oft I roam, as my heart repents,
Through God's acre of memory,
Marking stones, in my reverence,
"I loved them until they loved me".
Pictures pass me in long review, --
Marching columns of dead events.
I was tender, and, often, true;
Ever a prey to coincidence.
Always knew I the consequence;
Always saw what the end would be.
We're as Nature has made us -- hence
I loved them until they loved me.
Princes, never I'd give offense,
Won't you think of me tenderly?
Here's my strength and my weakness, gents , --
I loved them until they loved me.
Dorothy Parker, Ballade at Thirty-Five, Enough Rope, 1926
Carla Bruni, Ballade at Thirty-Five, No Promises
кафе литературнoе, katz’s delicatessen
Solo per un attimo; ma bastava. Era una rivelazione improvvisa, una vampa di rossore che si prova a dominare, ma poi, quando prorompe, non si può che cedere di fronte al fatto che si espande, e ci si ritrova all'orlo estremo, in bilico, e si trema e si sente il mondo farsi dapprèsso, gravido di un qualche stupefacente significato, una pressione simile all'estasi, che spacca la crosta sottile, prorompe e si versa con un sollievo straordinario sui tagli e sulle piaghe. Allora, in quell'istante, lei intravvedeva un'illuminazione; un fiammifero che brucia in un croco, un significato interiore quasi espresso. Poi ciò che s'era fatto dapprèsso si ritirava; ciò che s'era indurito si scioglieva. L'attimo - finiva.
Virginia Woolf, La signora Dalloway, 1925
"Anche a me piace molto il tocchettino"
"Il cotechino?"
"Sì, il tocchettino"
Versione 1
"Mi dai un po' di Tchapp-pp'?"
"Ecco il ketchup"
"Ci voleva proprio un po' di Tchapp'pp'"
Versione 2
"Mi dai un po' di Tcheckup?"
"Ecco il ketchup"
"Ci voleva proprio un po' di Tcheckup"
"Mi fa paLuLa"
"No, devi essere forte e intrepido"
"Ma io non ho tre piedi"
"Dopo la porta devi disegnaLe la vaniglia"
"La maniglia?"
"Sì, la vaniglia"
E' dunque il caso che metta la testa a posto: non voglio coltelli su di me.
Tentare la lettura del pensiero non è un'opzione, di questi tempi.
Please call again.