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giovedì, 31 maggio 2007

caffè florian

niente

Non ho niente, proprio niente da dire: non so parlare, non ho voce, non ho pensieri, non ho picchi né risalite né discese. Aspetto, cerco di capire e aspetto che mi torni il fiato, che ritorni un qualunque pensiero. Perché non lo so, il perché.

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sabato, 26 maggio 2007

caffè florian

l'angolo di momma

L'ha detto la signora B., madre di figli che si contano su due mani, nonna di nipoti che si contano a decine, mia vicina di ombrellone da prima che nascessi: "sai, ti guardavo prima, sembravi una mamma modello".

E poi quelle parole, che ogni tanto tornano quando racconto di me e del mio tempo: "che brava mamma". Leggendole il mio lato incredulo vorrebbe trovarci dell'ironia, ma mi sa che proprio non c'è, e sono così belle perché sanno un po' di nostalgia di qualcosa di proprio.

Non lo so, non lo so se sono una brava mamma. Non mi sono ancora accorta, davvero, di esserlo, una mamma.

"Com'è, essere mamma di due figli?". Non lo so, ho risposto, non so nemmeno che siano figli. Tecnicamente lo sono. Emotivamente sono la prima esigenza a cui rispondo, mettendo in fila le mie esigenze. "Sei brava, stai sacrificando così tanto": no, non lo so. Cioè, sì: tecnicamente sto sacrificando diverse cose, forse quasi tutto. E' che non me ne accorgo, anche se sì, sono stanca, sono stremata, non ho un minuto, oppure lo trovo non avendocelo e mi disgrego, mentalmente, in mille soggetti - e oggetti! - diversi. Perdo le cose, non trovo le cose, non riesco a fare tutto. Ma funzionano tutti, capite, funzionano, i miei mille soggetti - e oggetti! Anche se, lo so, sacrifico le relazioni di questi mille soggetti - e oggetti! - con il mondo che mi circonda, a partire dai primi strati di atmosfera.
Non lo so, ho risposto, non mi sono nemmeno accorta, davvero, di essere mamma. E' che per due volte ho finto l'assenza di una pancia sempre più enorme, forse inguardabile, e per due volte, nel momento in cui il contenuto è emerso dal suo mare sempre più stretto è stato come se ci fosse sempre stato, contenuto di me ora esterno. E' certamente l'odore, è questione di annusarsi e guardarsi e conoscersi una poppata dopo l'altra, un cambio dopo l'altro, una passeggiata dopo l'altra. "Ce l'hai sempre in braccio". Sì, e allora? Cresce veloce, è cresciuto uno e non so come facessi a sollevarlo per metterlo a letto, sedici chili, quasi due casse d'acqua, con un pancione di nove mesi. Sì, e allora? Ha bisogno di me, ha bisogno di vedermi perché è miope come tutti i neonati, ha bisogno di annusarmi perché non è più dentro al mio odore, ha bisogno di ascoltarmi perché il mondo è un tale caos. Io ho bisogno di capire, soprattutto di capire. Capire ora, un po' alla volta, per essere presente - anche quando sono e sarò sempre più assente. Assente fisicamente, assente mentalmente: assente. Sono assente anche quando quei chili sono fra le mie braccia e penso ad altro, quanto altro! - non c'è nemmeno da descriverlo, tutto l'altro.
Non lo so. Faccio delle cose perché non c'è altro modo, per me, di farle, vengono così e non sono convinta che si tratti di istinto o roba naturale o fate voi. Faccio così perché faccio così, senza spiegazioni, e quindi non c'è nemmeno da chiedersi se sia il così giusto o sbagliato, se ce ne sia uno migliore o peggiore, perché questo è l'unico così, l'unico modo che conosco, e lo conosco mentre lo faccio, perché non ho modelli e non ne cerco.

Lo so, è buffo parlarne: dopotutto il mondo animale gira da sempre così. E' che per me è tutto nuovo, tutto un'emozione, tutta una fatica, tutto una negazione dell'evidenza, tutto la ricerca del benessere. Ecco, forse è questo che non è facile capire: dove sia l'ago del benessere. "Com'è essere mamma di due figli?". Non lo so, e soprattutto conosco solo le mie imperfezioni, le conosco a menadito, nella loro scandalosa evidenza. Non lo so. E' che alla fine io sono sempre io, come ho detto credo a settembre 2006 - sono imperdonabilmente io, ego, egoismo, egocentrismo. Ed è una delizia a cui assisto incredula, ad occhi sgranati, il sentirmi dire che sono una brava mamma. Anche se non lo so, giuro che non lo so.

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bar bianco, кафе литературнoе

un elefante bianco per un'occasione speciale

Vespa che si allontana tra curve romane, davanti alla telecamera. Di qui in poi il soggetto è rosso-arancio, la vita è ricerca. "A me piace molto questo film, quel signore mi fa ridere sempre. Possiamo ricominciare?". Ma è appena iniziato. Un treenne morettiano. Di isola in isola, funziona così.

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caffè florian

onda

Stanotte ero altrove, forse su una grossa isola, piena di storia, non il solito scoglio con laguna. Ero sulle rocce, come un molo, non so se naturale o meno. Non ero sola, ma non saprei con chi, e se tanti o pochi. Ero comunque io, sola, quando arrivava l'onda, facile, alta, increspata, irregolare come una catena montuosa, imprevedibile come un temporale sopra una cima. Mi pare passasse sopra di me, mi ci infilavo dentro e in apnea ne riemergevo, non appena passava, per affrontare la successiva, e certamente quelle che ancora non potevo vedere. Non so chi vincesse alla fine, perché sono stata svegliata da un altro richiamo. E' strano, che nelle mie onde alte come un muro non ci sia turbinio o risacca: solo un potente inarrestabile vigore, una forza che vuole trascinare oltre, e che spesso, nel passare, mi sommerge.

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venerdì, 25 maggio 2007

caffè florian

o giù di lì

Stamattina ho forse dodici anni.

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giovedì, 24 maggio 2007

кафе литературнoе

felicità

Tom, stracciando l'eredità ricevuta, che richiedeva di non far del male a nessuno, nemmeno a un topo, e ficcandone i brandelli in bocca a Jerry:
"Sì, lo so, sto rinunciando a un milione di bei dollaroni, ma [iniziando a picchiare Jerry] sono felice!!"

Tom, Il gatto da un milione di dollari

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кафе литературнoе, katz’s delicatessen

scuse

"Sono coinvolto in un progetto che richiede molti zig zag"

Joe Fox, C'è posta per te, 1999

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martedì, 22 maggio 2007

una settimana - quasi

Non ci si disintossica in una settimana. L'intossicazione è un fatto intimo, di respirazione e godimento e stordimento. Allontanarsi fisicamente da un pezzo di sé per qualche giorno non implica che non fosse già tutto visibile in prospettiva quando visto da vicino. Tutto era già chiaro, nulla lo sarà mai. E' un difetto dell'intossicazione: l'impossibilità di sapere se quanto vedi è reale o deformato. E per chi è intossicato, in fondo, che conta, se sia deformato o meno. L'intossicato desidera, ambisce, agogna. L'intossicato dipende mentendo sulla sua dipendenza - dalle sue abitudini, dalla luce del suo giorno la mattina, dalla luce del suo tramonto la sera, dal rumore che entra attraverso le finestre, dall'aria che è abituato a respirare. Ogni abitudine è alterazione della malìa di un'intossicazione; nulla dev'essere abitudine. Le cose che contano dovrebbero rimanere desiderio, dubbio, incertezza. Nel batticuore, solo in quello, rimane il furore della volontà, la richiesta, la ricerca. L'abitudine è educazione. La passione è ineducata. La passione per un fiore che sta per spuntare e che, tornando quasi una settimana dopo, è forse già appassito. La ricerca della posizione del sole la sera, diversa rispetto alla precedente, diversa rispetto a quella che verrà, e sempre dubbia, tra nuvole sempre diverse, oppure nessuna. Il timore, sempre fondato, che il sole tramonti per sempre, che l'ombra cali inevitabile e precisa, di netto, sul mondo che si crede reale. Tutto ciò è ineducato, ineducabile e violento contro il cuore dell'intossicato. Che, ogni volta, è colpito come la prima, dalla presenza del sole, dall'assenza del sole. Soffre e gode, l'intossicato, di ogni raggio come fosse il primo che lo scalda. Aspira ogni goccia di ossigeno come se stesse soffocando. Assorbe ogni contrazione come fosse la prima pur sapendo in cuor suo che l'orologio continua a scorrere, imperterrito, nel suo viaggio da ovest verso est, pur sapendo che un punto di arrivo è inevitabile, pur sapendo che neanche il proprio io esiste.

Buffo, l'ammasso casuale di materia cosmica, perso a meditare su corsi e ricorsi, su staticità e dinamica delle proprie scelte, e sull'intossicazione della mente.

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bar bianco

conflitto internazionale - due anni dopo

"E questa cos'è?"
"C'est la pistolette. Tiens."
Due, giallo acido e colori misti, pura plastica, in mano a due mani piccole.
"Pùmmm"
"Pùmmm"
E si allontanano, insieme, per riempirle d'acqua.

Conflitto internazionale, due anni dopo.

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stella

"Sai, ho visto la foto di te con il nonno Mario, prima che andasse sulla stella"

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giovedì, 17 maggio 2007

café de la paix, caffè florian

sigmund

Contesto anni Quaranta, città di *******a, gran bel posto - nel sogno. Nel decidere, avevo scelto un quartiere medio popolare, rifiutando quello chic-snob. Ero, non sola, nel bell'appartamento, primo piano di pochi. Non sapevo altro, credo. E' iniziato il bombardamento, inevitabile. La città di *******a è stata realmente bombardata, no? Un bombardamento aereo, qualche granata a terra. Entrava una bomba in casa. Strano, come dalla finestra. Colpiva qualcosa, credo una poltrona - tutto molto anni Quaranta, ma forse c'era anche un grande specchio, immagino sopra un camino. Mi spostavo, e bumm, si disintegrava il divano - una cosa di gran velluto a tre posti. Sarebbe continuato, il bombardamento, immagino fino alla fine

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mercoledì, 16 maggio 2007

кафе литературнoе

lei non sa chi sono io

"Non puoi trattarmi così! Sono un concentrato di velocità e aerodinamica!"
Saetta McQueen, Cars

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martedì, 15 maggio 2007

hard rock cafe

3/4

Valzer, In the mood for love.

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domenica, 13 maggio 2007

caffè florian

esangue

Sono stanca, stanca di stillicidio.

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кафе литературнoе

acqua - controluce

L'acqua evapora: lo scritto stinge, scompare, allo stesso ritmo del pensiero portato su carta. Effimero è il varco della porta, inutile per chi ne è già fuori. Cascata, una cascata infinita d'acqua.

Dovevo essere sveglia dopo la notte e prima dell'alba per rivedere, in televisione, la primavera, l'estate, l'autunno, l'inverno, e ancora la primavera.

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sabato, 12 maggio 2007

stabilità psicologica

Ho notato spesso che siamo inclini a dotare i nostri amici della stabilità psicologica che nella mente del lettore acquistano i personaggi letterari. Per quante volte possiamo riaprire Re Lear, non troveremo mai il buon re che fa gazzarra e picchi il boccale sul tavolo, dimentico di tutte le sue pene, durante un'allegra riunione con tutte e tre le figlie e i loro cani da compagnia. Mai Emma si riavrà, animata dai sali soccorrevoli contenuti nella tempestiva lacrima del padre di Flaubert. Qualunque sia stata l'evoluzione di questo o quel popolare personaggio fra la prima e la quarta di copertina, il suo fato si è fissato nella nostra mente, e allo stesso modo ci aspettiamo che i nostri amici seguano questo o quello schema logico e convenzionale che noi abbiamo fissato per loro. Così X non comporrà mai la musica immortale che stonerebbe con le mediocri sinfonie alle quali ci ha abituato. Y non commetterà mai un omicidio. In nessuna circostanza Z potrà tradirci. Una volta predisposto tutto nella nostra mente, quanto più di rado vediamo una particolare persona, tanto più ci dà soddisfazione verificare con quale obbedienza essa si conformi, ogni volta che ci giungono sue notizie, all'idea che abbiamo di lei. Ogni diversione nei fati che abbiamo stabilito ci sembrerebbe non solo anomala, ma addirittura immorale. Preferiremmo non aver mai conosciuto il nostro vicino, il venditore di hot-dog in pensione, se dovesse saltar fuori che ha appena pubblicato il più grande libro di poesia della sua epoca.

Vladimir Nabokov, Lolita, 1955

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bar bianco

tre anni di solitudine

"Mamma, stai qui"
"Ma adesso me ne vado a dormire anch'io, cosa credi?"
"Sì, ma stai qui. Mi tieni ancora un po' la manina?"
"Un pochino ancora. Poi me ne vado a dormire anch'io. Anche perché così mi viene mal di schiena"
"Sì, ma quando te ne vai sono solo"
"(!). Sì, ma non è proprio vero. Cioè: siamo tutti soli. Ma ricordati che quando non ci sono un pochino ci sono lo stesso, con te".

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bar bianco, caffè florian

home

"Ma lì c'è un buco"
"Sì, c'è un buco, perché i signori che abitavano prima in questa casa avevano un portarotoli con due buchi, mentre questo ne ha uno e quello lì piccolino non l'abbiamo mai tappato. E i signori si sono portati via il loro portarotoli"
"E perché?"
"Perché non lo abbiamo tappato? Magari avevamo altre cose da fare. Prima o poi lo tappiamo".
"E perché?"
"E perché cosa"
"E perché si sono portati via il loro portarotoli?"
"Perché gli serviva, evidentemente. Noi prima eravamo in un'altra casa e poi loro ci hanno venduto questa casa e noi l'abbiamo comprata"
"E perché non ci portiamo via il portarotoli?"
"Via dove, scusa, mica vuoi cambiare casa!?"
"No. E perché loro hanno portato via il loro portarotoli?"
"..."

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giovedì, 10 maggio 2007

caffè florian

centopercento

Cinquemila in un anno, diecimila totale. Tolto in media un accesso mio al giorno, diciamo anche cinquecento per fare cifra tonda, sono quattromilacinquecento clic non miei.

Ringrazio il mio pubblico, la mia mamma e il mio papà che non mi leggono, i blogger e i lettori di blog e splinder, naturalmente. Thank you, thank you.

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mercoledì, 09 maggio 2007

caffè florian

film blu

Calore, conforto, silenzio, attesa. Soprattutto silenzio, attesa, ascolto del mio scoppio. Era questo, blu senza forma e senza volto, era questo ed era un sogno e sarà ora che sogno ma sembra di toccarlo, sembra che mi sfiori e faccia appoggiare le mie incertezze dentro a se stesso, sogno come di cachemire blu. Non fosse un sogno, sorriderei, finalmente.

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