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Ricordo la dolcezza del ritmo, caldo e morbido, la pressione del mio corpo contro il suo, il mio più leggero, facilmente accoccolato dentro il suo. Piccola, ricordo le luci di una stanza esposta a sudovest, una stanza in alto, in un palazzo forse troppo nuovo ma in alto, contro il cielo e le montagne. Respiravo ascoltando altri ritmi, e movimenti, il suo respiro, il suo battito liquido dentro il mio orecchio. Dolcemente giungevano in me gli ascolti di rumori già sentiti, rumori di vita che funziona. Ora sono così io per C., lo sono stata per L., già troppo grande - si può essere grandi a meno di quattro anni - per godere a lungo di me. Mentre mi respira nella penombra sfioro di sguardi la sua fronte arrotondata, il nasino impettito, le sopracciglia fiere, le ciglia, ormai chiuse, svettanti dalle palpebre serrate, gonfie di un sonno da esaurire lentamente. Si allunga il mio calore intorno alle guance, rotonde di pesca, sui contorni delle labbra, dolci di latte e silenzio. Di latte e silenzio.
Decidi di fare una valigia e ti ritrovi a farne un'altra, ma prima di fare l'altra non tua ti ritrovi a sistemare le scarpe, e ti accorgi che l'estate è passata prima che tu davvero potessi ricordarti dei tuoi sandali e quindi ora incastri gli stivali e nuovi tacchi tra quello che era uno spazio del caldo, ma poi è ovvio che ti servono le cose invernali e allora è vero, solo una parte degli armadi è migrata, e quindi tanto vale lasciar passare un momento, tirare il respiro e passando a toglierti la polvere esistente o meno dalle mani ti ritrovi davanti allo specchio, e decidi di pensare al trucco, quello di oggi e quello di dove andrai e tutte le cose che serviranno o potrebbero, e insomma dov'è il phon giusto. Ho acceso una musica nuova, ne avevo bisogno, e forse anche di un tè.
кафе литературнoе, café de la paix
O nuvole: forse i consulenti, da morti, si trasformano in nuvole, fantastica Giulio, guardando il cielo scuro di Milano, dove una lenta processione di nubi cariche di nero sembra voler addobbare la città per un funerale in grande stile. Le strade sono già invase dal buio, strano inchiostro denso e privo di memoria. Cecilia che nuvola sarebbe?, si chiede, ricordando una delle battute finali di Sean Connery nel film Il vento e il leone: <<Ci vedremo ancora, signora Pedecaris. Quando saremo due nuvole d'oro nel vento>>.
Giulio guarda Cecilia, che fa finta di non badargli, di essere assolutamente e totalmente concentrata nella guida. La guarda quasi con tenerezza, e Cecilia deve essersene accorta, perché arrossisce leggermente, di nuovo.
- Sicché per il funerale avrai Simpathy For The Devil. Mettiti d'accordo prima, con il prete.
- Oh, i preti. Non son omica un problema.
- E dopo la vita?
- Cosa vuoi dire?
- Ci pensi mai, a dopo la vita? Si dice che verremo giudicati per le nostre azioni.
- Oh, non credo. Una volta il Dalai Lama mi ha detto che Dio è amore infinito.
Tullio Avoledo, Breve storia di lunghi tradimenti, 2007
Un pomeriggio d'inverno, in montagna. Si scivolava fuori, era divertente e si scivolava sul ghiaccio che fu neve poi sciolta poi gelata. Si scivolava con la suola liscia del doposci, era facile come pattinare, pericoloso come pattinare, divertente come pattinare. Lo mostravo a qualcuno, per divertimento. Mia mamma era in un negozio, forse con mio papà, o mio papà aspettava fuori, faceva dell'altro. Mi portava un paio di scarpe da ballerina, belle un po' decorate, insolite. Ma le guardavo e pensavo che non fossero adatte, che avevo bisogno di un paio di Porselli da punta normali, quelle color carne semplici, anzi ne avevo in mente che non fossero nemmeno di raso lucido ma opache - certamente le volevo con la punta tonda, non con la punta squadrata di camoscio. Si parlava di questo, e mi sembravano troppo da piccola quelle con i disegni che mi aveva mostrato, e poi eravamo improvvisamente in un'isola thailandese, dovevamo tornare nel posto da cui eravamo arrivati, forse un'altra isola, o la terraferma - il concetto era che stavamo tornando. Aspettavamo, su un molo piuttosto sottile e instabile, un po' come quello dei traghetti che partono da Phnom Penh, chissà se è ancora così. Era sottile e instabile, articolato, si spostava verso l'acqua con diversi tratti disposti ad angolo fra loro, poche assi di legno su un paio di pali conficcati nella sabbia a reggere e fare da giuntura tra un tratto e l'altro. Mio padre si era fermato indietro, mia mamma con C. in braccio, una pupetta un po' rigida nella sua copertina, a metà, dietro di me; io avevo proseguito in avanti, verso la fine del molo. Sapevamo che dovevamo partire presto perché stava per arrivare la grande onda e non sapevamo se avrebbe risparmiato o meno la baia in cui eravamo noi, all'interno ma aperta. Non lo sapevamo e aspettavamo che arrivasse la barca a prenderci, e aspettavamo. A un certo punto mi sono ritrovata in acqua, improvvisamente, il pontile aveva ceduto sotto di me, e così dall'acqua, arrivavo vicino a mia mamma, che era seduta sul legno con C. in braccio, e le dicevo di tenere alta la bimba, di non appoggiarla giù, perché c'erano onde e mentre lo dicevo lei invece era quasi appoggiata sul legno e un'onda, bassa, trasparente, ma un'onda pur se bassa, un'onda di forse trenta centimetri, le passava sopra, sempre in braccio ma rimaneva coperta dall'acqua, trasparente ma acqua, per il tempo, pur breve ma tempo, in cui è passata l'onda. C. guardava, guardava me dal basso verso l'alto, un po' come quando è stata battezzata l'altro giorno, mi guardava perché qualcosa non andava ma non riusciva a capire cosa e non riusciva a respirare per quel poco ma tempo, mi vedeva ma era coperta da quella bassa ma onda, e poi tornava all'aria, estratta rapidamente ma dopo dalle braccia della mia mamma, e allora tossiva e ci guardava e sputava fuori l'acqua e grondava ed era di nuovo con noi. Aspettavamo, però, aspettavamo la grande onda e non sapevamo se avrebbe risparmiato noi, la barca su cui forse saremmo saliti prima che arrivasse l'onda, forse ci avrebbe colto in mare aperto, forse avrebbe colto anche la costa verso cui eravamo diretti, di ritorno, e non sapevamo quando.
Ridono, ridono di niente.
Ridono, ridono per niente.
Sghignazzano, lei immersa a contemplare lui, ogni sguardo è per lui, se lo mangia con gli occhi e impara tutto, velocissima. E ride, ride perché lui la fa ridere e lui la fa ridere perché gli piace sentire che ride e sa che a me piace e a lui piace, e allora ricomincia e ridono, ridono, lei ride e lo contempla, si immerge nei movimenti veloci di lui, lo segue e lo insegue e se potesse già muoversi lo inseguirebbe e poi, improvvisa, si ferma si gira e mi guarda, gli occhi che ridono e si spalancano: hai visto, mamma? E' questo che dicono i suoi splendidi occhi di cielo d'autunno: hai visto, mamma? potevo, mamma? va bene, mamma? Io la guardo, studio i suoi occhi e mi ci immergo e sento un sorriso dentro di me e lo assaggio, prezioso d'autunno e oro e zucchero, e allora anche i miei occhi, sazi, sorridono a lei, e va tutto bene, va tutto bene sì, ho visto, è un po' matto ma è tuo fratello, è un po' matto perché è tuo fratello, io sono un po' matta, matta di voi, matta che mi delizio della vostra innocente dolce follia di niente, senza motivo, senza un perché, gratis come i cieli d'autunno, carichi e felici, e a volte lo sento colmo, questo cielo, colmo di un'attesa troppo forte e bellezza, e prego rimanga così, sospeso, che silenzio mamma!, e poi ridiamo di nuovo, ridono di nuovo e io guardo lei che guarda lui e poi guardo lui perché è lui che lei vede e impara e lo conosce e ride, ride di niente, ridono di niente.
Cucù.
O della soggettività. O dell'interpretazione. O del kafka che c'è nelle relazioni interpersonali. E quindi io dico A perché credo sia il meglio, e tu dici B perché pensi sia preferibile, e la terza persona dice C perché non c'è altra scelta. E quindi chiunque pensa di averlo detto per primo, ABC pensano di avere ragione, tutti hanno torto e finisce che sarebbe meglio se ci fosse una tana per ogni orso e che ogni orso ci rimanesse da quando nasce a quando muore, salvo alimentarsi con delle provviste richieste on demand online door to door. Non so se sarebbe molto più triste, in fondo.
Un silenzio improvviso, fuori e dentro la casa, un'interruzione tra i rumori, una sospensione dell'animo: che silenzio, mamma!, induce i sensi all'attesa. Arriverà, forse, tra un grigio più intenso, uno scroscio contro le forme e la terra. Cadrà con veemenza, grande come gli occhi attenti e sorridenti: che silenzio, mamma!
"Mamma, il miele è molto buono"
"Sì, certo, è molto buono e dolce" (ma quando lo ha assaggiato, se da me lo rifiuta?)
"Mamma, ma noi non lo rubiamo alle api. Quando lo abbiamo finito andiamo a comprarlo al *** [noto ipermercato della zona]"
"Hm, beh, non è che lo fabbrichino lì. C'è comunque un signore che lo va a prendere alle api, solo che quelle api non si arrabbiano molto perché sono lì apposta per fare il miele" (hmm, può andare?)
Devo ricordarmi questo: il suo sorriso, i suoi occhi sorridenti e la sua risata, scoppiettii di allegria, non appena mi avvicino. E' morbida e deliziosa, felice di niente, felice dell'aria che respira, e il suo cuoricino batte contro la mia mano quando la tengo, senza accorgermene, sospesa in volo, a contemplare una cosa ancora e ancora. Allunga la manina e quando è stanca il braccino intero come quando era piccola - fosse grande ora. Il braccino intero, irrigidito per lo sforzo, si agita su e giù su e giù nell'idea di prendere carpire toccare, nell'idea proprio finché la creatività la maturità non la inducono a spingersi, con tutta l'energia la forza la volontà in avanti, come potesse già davvero spostarsi da sé, ed ecco che ghermisce.
E' deliziosa, un urlo di gioia, irresistibile, non trattenibile, giocondo, quasi fastidioso per chi, grande, è abituato a contenere trattenere celare le proprie emozioni. Non devo dimenticare il suo sguardo che cerca quando le dico un nome. Non devo dimenticare il suo profumo, un profumo dolce come tutto quello che ora mangia, la sua tenerezza dentro il pigiamino di ciniglia. Sembra un addio e lo è, come lo è stato alla pancia, un giorno dopo l'altro, quando ogni giorno cambiava e ogni giorno si avvicinava il momento in cui la pancia non avrebbe più contenuto altro che me. Cresciamo, cambiamo, ci trasformiamo, invecchiamo. Lei non sarà mai più così, e come è oggi devo ricordarmelo, nei profumi che nessuna macchina fotografica, nemmeno la più sofisticata, può trattenere, nella sensazione tra le mani, nel calore, nei reali rumori che nessuna videocamera riesce davvero a carpire. E' una finzione, quella di trattenere per poi ricordare. Devo ricordarmeli così, che giocano insieme: lui, ancora tre mesi e poco più ai quattro anni, che mi chiede se questo o quel pelouche va bene per lei, che glielo dà, che si lascia toccare e strattonare la maglia prima di fuggire ridacchiando, che le accarezza i capelli, le orecchie, le dà un bacino sulla tempia. Non saranno mai più così, capite, saranno diversi, cresceranno, lui è già totalmente un altro. Per questo devo ricordarmene, così come delle mie due splendide durissime, inquietanti, semoventi, dormienti, fastidiose, scomode, comode, ingombranti pance. Come di quei momenti che tutti dicono si scordano, di dolore, intermittenza, attesa, coscienza che tutto sta per finire. Ogni passaggio è doloroso, forse di più i passaggi di cui non ci si accorge. Per questo devo ricordarmi di lei che mangia le prime pappe, di come trattiene il cucchiaino guardandomi, di come mi guarda, essenzialmente di come mi guarda e mi ama solo guardandomi.
Perché anche questo, senza che io lo sappia, cambierà.
E' un odore speciale, quello delle cantine di tutto il mondo, un odore che sa di Natale e cose ritrovate, di curiosità e scoperta. Quasi come l'odore di incenso, è un rituale.