quanto zucchero?

vieni a prendere un tè

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sabato, 03 ottobre 2009

bar bianco

tutto

L.: Mamma, posso farti una domanda?
E.: Sì, certo
L.: Ma tutto come è iniziato?

3/10/2009 ore 14:e qualcosa, 5 anni e

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giovedì, 16 ottobre 2008

bar bianco

decision making

M: E oggi sei stata all'asilo?
C: kì
M: E hai giocato con la Raffaella?
C: kìì
M: E c'era anche la Silvia?
C: kìì (testolina su e giù)
M: E hai giocato con le palline?
C: kìì! (ricci su e giù)
M: E sei andata fuori a giocare?
C: kì
M: E sei andata sull'altalena?
C: kììì... din don din don
M: Bello. E poi c'erano i bimbi?
C: kì
M: E hai giocato con una bimba?
C: kì
M: E come si chiama la bimba?
C: Bimm-bà!
M: Sì. E hai giocato con un bimbo?
C: kì
M: E come si chiama il bimbo?
C: Bimm-bò
M: E facciamo la nanna?
C. Nòò-o-ò!

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mercoledì, 15 ottobre 2008

bar bianco

'nine

Dipende tutto dai collegamenti neuronali, dalle sinapsi e cose così, lo so. Ma c'è qualcosa nelle manine di un bimbo, che le rende speciali. I movimenti che fanno, quello che toccanno, si anima di una scintilla. Se quelle manine si appoggiano, troppo forte o troppo piano, tirandosi dietro tutto il peso in inerzia o lievi lievi quasi per sbaglio, sussulterai. Sussulterai perché nessuno di quei movimenti sarà identico a quello che la tua mente viziata e annebbiata si aspetta. Sono manine speciali, movimenti speciali che svaniscono nell'attimo in cui crescono.

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sabato, 26 aprile 2008

bar bianco

dubbio

Probabilmente è stato uno sbaglio, non entrare qui per tanto tempo. Probabilmente è stata la cosa giusta. Ma ha lasciato il silenzio, ha aperto lo spazio del dubbio della memoria. Perché la memoria cede al desiderio e al sentimento e a volte ondeggia, riflesso in una superficie liquida.

Lei è bellissima. E' allegra e sicura e adora lui, grande quanto minuscolo. Lo guarda come un dio e ride, quanto ride quando è con lui, quando lui la bada. Come lo osserva, quando lui non la bada.

Dieci chili di calore contro di me. Quant'è bella, anche lei, fuori di me. Senza di me. Quando guarda, studia, decide, fa, sbaglia, ricomincia, va. Va.

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lunedì, 26 novembre 2007

bar bianco

geometricamente

- Hai visto che bella luna piena?
- Eh sì, proprio piena, è bellissima
- Sai mamma, la luna piena è fatta con tutti gli spicchi di luna

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venerdì, 23 novembre 2007

bar bianco

paradise city

- Mamma, cos'è il paradiso?
- E' un posto molto bello dove si va quando si è morti se prima si è stati molto buoni. Se non si è stati molto buoni si va in un posto molto brutto che si chiama inferno
- Perché?
- Perché se si è stati molto cattivi si va in un posto molto brutto che si chiama inferno dove c'è il diavolo che è uno molto cattivo e se si è stati molto buoni si va in un posto molto bello che si chiama paradiso, dove c'è Dio, e si sta molto bene ed è molto bello
- E poi?
- E poi si sta lì, per sempre
- E poi?

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domenica, 18 novembre 2007

bar bianco

pingu

Metà del lavoro è merito di Pingu, che un giorno tra i fogli rilegati e semipatinati di un bel libro si mette i pattini. Fa un po' il pirla, casca di sedere, poi arriva Pinghi e lui si mette in mostra, e finalmente fa un salto bellissimo. Poi si apparta con Pinghi e si danno un bacino becco su becco, mentre gli amici sbirciano da dietro il ghiaccio.

Il resto ce l'ha messo lui, che ha deciso di venire, con me e L., e a neanche quattro anni ha messo i pattini. Lo ha fatto e lo ha fatto come tutti: scivolava, apriva i piedi, trotterellava, perdeva l'equilibrio, insomma, poteva essere un disastro. Invece ha imparato la balaustra, il luogo di salvezza del pattinatore in erba, ha lasciato scivolare i pattini mentre si faceva tirare, ha mosso i suoi primi passettini dentro alla plastica blu numero 29. Aveva deciso di saltare e lo ha fatto, una manina a me e una a L., a un certo punto lo ha fatto davvero, si è appeso ed è saltato, una due tre volte, si è divertito come un matto e mai me lo sarei aspettato da lui, sempre prudente. Basta, basta! E ci accostavamo alla balaustra, e poi subito: andiamo!

L'ho scoperto, nel retrovisore, a sorridere, così.

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sabato, 17 novembre 2007

bar bianco, café de la paix

fumo

Mi potresti chiedere perché mi piace abitare in questo posto. Ci penso ogni volta che mi capita, di essere toccata nei sensi come poco fa. Non è il verde, non è lo spazio, non è perché posso fare la carta d'identità di cinque minuti, non è - o forse non solo - il fatto che il pane lo faccia Orazio e la carne me la dia Gerardo e sia tutto condito da un sorriso. E' il profumo dei camini, che scalda l'aria intorno alle madonnine, agli angoli delle case.

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giovedì, 15 novembre 2007

bar bianco

la notte è piccola

- Mamma, la notte è lunga
- Eh sì
- Ma quanta nanna bisogna fare?
- Beh, finché non viene la luce

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bar bianco

maths - infinito

- Mamma, come si chiama l'ultimo dei numeri?
- Quello più grande di tutti?
- Sì
- Sai che non esiste? Si può sempre aggiungere uno all'ultimo

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martedì, 30 ottobre 2007

bar bianco

mamma

Ricordo la dolcezza del ritmo, caldo e morbido, la pressione del mio corpo contro il suo, il mio più leggero, facilmente accoccolato dentro il suo. Piccola, ricordo le luci di una stanza esposta a sudovest, una stanza in alto, in un palazzo forse troppo nuovo ma in alto, contro il cielo e le montagne. Respiravo ascoltando altri ritmi, e movimenti, il suo respiro, il suo battito liquido dentro il mio orecchio. Dolcemente giungevano in me gli ascolti di rumori già sentiti, rumori di vita che funziona. Ora sono così io per C., lo sono stata per L., già troppo grande - si può essere grandi a meno di quattro anni - per godere a lungo di me. Mentre mi respira nella penombra sfioro di sguardi la sua fronte arrotondata, il nasino impettito, le sopracciglia fiere, le ciglia, ormai chiuse, svettanti dalle palpebre serrate, gonfie di un sonno da esaurire lentamente. Si allunga il mio calore intorno alle guance, rotonde di pesca, sui contorni delle labbra, dolci di latte e silenzio. Di latte e silenzio.

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giovedì, 11 ottobre 2007

bar bianco

per niente

Ridono, ridono di niente.
Ridono, ridono per niente.

Sghignazzano, lei immersa a contemplare lui, ogni sguardo è per lui, se lo mangia con gli occhi e impara tutto, velocissima. E ride, ride perché lui la fa ridere e lui la fa ridere perché gli piace sentire che ride e sa che a me piace e a lui piace, e allora ricomincia e ridono, ridono, lei ride e lo contempla, si immerge nei movimenti veloci di lui, lo segue e lo insegue e se potesse già muoversi lo inseguirebbe e poi, improvvisa, si ferma si gira e mi guarda, gli occhi che ridono e si spalancano: hai visto, mamma? E' questo che dicono i suoi splendidi occhi di cielo d'autunno: hai visto, mamma? potevo, mamma? va bene, mamma? Io la guardo, studio i suoi occhi e mi ci immergo e sento un sorriso dentro di me e lo assaggio, prezioso d'autunno e oro e zucchero, e allora anche i miei occhi, sazi, sorridono a lei, e va tutto bene, va tutto bene sì, ho visto, è un po' matto ma è tuo fratello, è un po' matto perché è tuo fratello, io sono un po' matta, matta di voi, matta che mi delizio della vostra innocente dolce follia di niente, senza motivo, senza un perché, gratis come i cieli d'autunno, carichi e felici, e a volte lo sento colmo, questo cielo, colmo di un'attesa troppo forte e bellezza, e prego rimanga così, sospeso, che silenzio mamma!, e poi ridiamo di nuovo, ridono di nuovo e io guardo lei che guarda lui e poi guardo lui perché è lui che lei vede e impara e lo conosce e ride, ride di niente, ridono di niente.

Cucù.

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giovedì, 04 ottobre 2007

bar bianco

hunny

"Mamma, il miele è molto buono"
"Sì, certo, è molto buono e dolce" (ma quando lo ha assaggiato, se da me lo rifiuta?)
"Mamma, ma noi non lo rubiamo alle api. Quando lo abbiamo finito andiamo a comprarlo al *** [noto ipermercato della zona]"
"Hm, beh, non è che lo fabbrichino lì. C'è comunque un signore che lo va a prendere alle api, solo che quelle api non si arrabbiano molto perché sono lì apposta per fare il miele" (hmm, può andare?)

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bar bianco, café de la paix

perché

Devo ricordarmi questo: il suo sorriso, i suoi occhi sorridenti e la sua risata, scoppiettii di allegria, non appena mi avvicino. E' morbida e deliziosa, felice di niente, felice dell'aria che respira, e il suo cuoricino batte contro la mia mano quando la tengo, senza accorgermene, sospesa in volo, a contemplare una cosa ancora e ancora. Allunga la manina e quando è stanca il braccino intero come quando era piccola - fosse grande ora. Il braccino intero, irrigidito per lo sforzo, si agita su e giù su e giù nell'idea di prendere carpire toccare, nell'idea proprio finché la creatività la maturità non la inducono a spingersi, con tutta l'energia la forza la volontà in avanti, come potesse già davvero spostarsi da sé, ed ecco che ghermisce.

E' deliziosa, un urlo di gioia, irresistibile, non trattenibile, giocondo, quasi fastidioso per chi, grande, è abituato a contenere trattenere celare le proprie emozioni. Non devo dimenticare il suo sguardo che cerca quando le dico un nome. Non devo dimenticare il suo profumo, un profumo dolce come tutto quello che ora mangia, la sua tenerezza dentro il pigiamino di ciniglia. Sembra un addio e lo è, come lo è stato alla pancia, un giorno dopo l'altro, quando ogni giorno cambiava e ogni giorno si avvicinava il momento in cui la pancia non avrebbe più contenuto altro che me. Cresciamo, cambiamo, ci trasformiamo, invecchiamo. Lei non sarà mai più così, e come è oggi devo ricordarmelo, nei profumi che nessuna macchina fotografica, nemmeno la più sofisticata, può trattenere, nella sensazione tra le mani, nel calore, nei reali rumori che nessuna videocamera riesce davvero a carpire. E' una finzione, quella di trattenere per poi ricordare. Devo ricordarmeli così, che giocano insieme: lui, ancora tre mesi e poco più ai quattro anni, che mi chiede se questo o quel pelouche va bene per lei, che glielo dà, che si lascia toccare e strattonare la maglia prima di fuggire ridacchiando, che le accarezza i capelli, le orecchie, le dà un bacino sulla tempia. Non saranno mai più così, capite, saranno diversi, cresceranno, lui è già totalmente un altro. Per questo devo ricordarmene, così come delle mie due splendide durissime, inquietanti, semoventi, dormienti, fastidiose, scomode, comode, ingombranti pance. Come di quei momenti che tutti dicono si scordano, di dolore, intermittenza, attesa, coscienza che tutto sta per finire. Ogni passaggio è doloroso, forse di più i passaggi di cui non ci si accorge. Per questo devo ricordarmi di lei che mangia le prime pappe, di come trattiene il cucchiaino guardandomi, di come mi guarda, essenzialmente di come mi guarda e mi ama solo guardandomi.

Perché anche questo, senza che io lo sappia, cambierà.

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sabato, 15 settembre 2007

bar bianco

rotondo

Alza la testina d'improvviso. Ho i suoi occhi, grandi quanto li può spalancare, su di me. E' felice, la sua vocina mi canta di soddisfazione.

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lunedì, 03 settembre 2007

bar bianco, café de la paix, caffè florian

commozione

E' stata una giornata d'inferno. Beh, non proprio. Non d'inferno. Una giornata piuttosto piena, diciamo. Diciamo che una giornata d'inferno è ben altra cosa. Una giornata seriamente intensa, senza un briciolo di riposo mentale o fisico. Una giornata di quelle in cui butto giù a mia madre in tre secondi: tutto bene, siamo vivi, ci sentiamo domani - ciao. E lo so quanto fa male, essere liquidati così. Ma non riesco a far di meglio, è andata così, la giornata e alle nove di sera avevo ancora da cominciare tutta la serata: il rientro di L., addormentare lui e C., che pure dalle nove di stamattina aveva dormito mezz'ora. Se è permesso, a una bambina di cinque mesi e due giorni, dormire mezz'ora e continuare a chiacchierare, sorridere, parlare, sputacchiare, spernacchiare, mangiarsi i piedi, mordere qualunque entità plastica, gommosa, tessile o vivente, si presenti a tiro.

E poi sono finita lì, nel lettone, un lettone allegro nella luce allegra, un lettone che a questo serve: essere, stanotte, allegro e festoso, pieno di allegria gratuita di due bambini, di una mamma che li guarda anche lei bimba per un momento, dopo tutta questa giornata non d'inferno ma seriamente intensa, mentalmente e fisicamente. Una mamma a pancia in giù, in qualcosa di morbido e chiaro, impegnata solo a studiare, imparare, i suoi bambini.

Voglio non dimenticare gli occhioni, come li amo, gli occhioni di C., che mi guardano sorridenti, spalancati, mentre spernacchia sopra i suoi primi due dentini, fa bolle e bollicine, con la lingua in mezzo alle labbra senza ritegno, e ride, ride come una matta allungando le manine verso il mio viso, soddisfatta di sfiorarmi con quei polpastrelli minuti e solidi e vagamente appiccicosi, di graffiarmi con le sue unghiette di gattina persa nel pigiamino di pisellino. Voglio non dimenticare i suoi sguardi in cerca di L., i suoi sguardi che lo seguono e lo studiano, lo ammirano, lo prendono. E lo prendono le sue manine, quando L. si concede, si avvicina ridendo come un matto anche lui - e no, falso lo dirai a qualcun altro, non è falso - un bimbo che si diverte, semplicemente, si diverte per un momento con il suo nuovo gioco, una sorellina che lo sfiora e lo accarezza, gli prende i capelli e quasi glieli tira, una sorellina che ride quando lui le dà i bacini e che tra un poco, insieme a lui, salterà come un grillo su questo lettone, allegro.

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giovedì, 30 agosto 2007

bar bianco, katz’s delicatessen, caffè florian

30-8

E' il trentaagosto, anzi, tra un po' finisce anche lui. Uno dopo l'altro. Lei ha sonno, è distrutta,  ma ha ancora il coraggio di sorridere. Cresce, e per fortuna sorride, senza ritegno e spontaneamente, senza falsità o inganni, senza secondi fini. Non sa nemmeno quanto bene le posso volere, mentre mi pianta gli occhi addosso e mi sorride e mi studia e cerca di capire cosa c'è in me e cosa succede in lei e di nuovo, un ditino all'angolo della bocca, una manina cerca un piedino, e poi di nuovo, con i movimenti rallentati di chi ancora sta studiando e non ha fretta di arrivare alla conclusione, incrocia le due manine, sempre guardandomi, sempre sorridendomi.

Non può avere idea di quanto le voglia bene, mentre allunga la manina verso la testa del suo fratellino, che si sta lavando i denti. Lui ormai è oltre, sa anche sorridere per finta, qualcuno - qualcuno - mi ha detto quanto è falso. Falso, capisci. Falso. Ha uno scopo, ovvio, quello di farsi vedere, quello di attirare l'attenzione, quello di attirarsi i complimenti e l'amore di chi gli sta vicino. Falso. Falso. Le parole vanno cercate, non buttate lì a caso. Falso, - qualcuno - mi ha detto. Falso.

Anche lei sarà così e tante altre cose, diverse in peggio e in meglio, e chi può giudicare cosa sia meglio o peggio. Io sono qui, mentre lei mi è addosso, che cerca la bocca con l'alluce e l'alluce con la bocca. Vorrei che sempre, la sua preoccupazione maggiore nella vita fosse un nuovo dentino che cresce. E ride, sai, non sai quanto ride. Non lo fa quando è con estranei, non chiacchiera nemmeno molto. E' troppo impegnata a studiare, capire, fare altro. Con me è tutto quello che può essere e ride, chiacchiera, gorgheggia, gracchia, lecca pollice e allluce insieme. E' per questo, no, che ci sono le mamme. Credo.

Forse è un nuovo temporale, quello che si avvicina. Come stamattina. Buffo, non ci pensavo. Lei lo conosce da sempre, il ticchettio delle mie dita sulla tastiera. Da sempre. Non il rumore di dita sulla tastiera. Il ritmo delle mie dita sulla tastiera. Talmente veloce da non essere nemmeno un ritmo, in fondo. In fondo. In fondo c'è il vuoto, il nulla, il silenzio. Un silenzio indotto, un nulla precipitato, una sabbia mobile in cui sprofondo senza accorgermene, perché continuavo a convincermi di camminare su solida roccia. La solida roccia è una roccia amica, ma è tutto quello che sembra: una roccia amica. L'ho sentita di nuovo, oggi: I've got too much life running through my veins, going to waste. Molto pop, molto efficace. Ok, andiamo a dormire, magari, magari ci riusciamo. Falso. Trentaagosto.

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martedì, 28 agosto 2007

bar bianco, кафе литературнoе

it's a *

It's a *.
It's a little *, with scrunched-up petal lips and a tuft of dark hair and hands in tiny fists, up by h* ears. All that time, that's who was in there. And it's weird, but the minute I saw h* I just thought: It's you. Of course it is.

Sophie Kinsella, Shopaholic & Baby, 2007

* Per sapere se it's a boy o it's a girl, dovete leggerlo.

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domenica, 26 agosto 2007

bar bianco, katz’s delicatessen, caffè florian

trattamento di bellezza

E' sufficiente camminare dietro a una persona molto bella per vivere sorrisi e sguardi e commenti rivolti a lei. E' bella, bella in modo suo e speciale, bella con i suoi difetti e gli occhi enormi, di un colore di cielo d'autunno, un cielo meditabondo e pensieroso, e la fronte a volte corrucciata dietro a un pensiero, un sentiero di apprendimento, uno sguardo rivolto al nuovo, non ancora compreso, non ancora fatto suo. Imparo, imparo molto seguendone i gesti e l'attenzione. Guadagno attraverso la sua bellezza indiscutibile fresca e morbida, guadagno attraverso i colori che la circondano e la avvolgono, guadagno un mare, un mare di sensazioni e di compagnia. Fammi compagnia, stai con me. Me lo dice lei, a volte o spesso, lei che sta così bene sola quando è sola, lei che odia stare sola quando vuole compagnia. Stai con me, fammi compagnia e regalami un po' di quella tua bellezza fresca e morbida, delle novità che riempiono i tuoi pensieri, i sorrisi spiegati e gorgheggianti, sereni di te, di te attraverso me, di te. Solo di te. Io sono meno sola con te. Riempio il mio tempo e lo spazio del mio sentimento, riempio il mio vuoto così vuoto, e voglio, improvvisamente, ed è uno scoppio, lo scoppio di una bomba finora inesplosa, voglio essere rimanere diventare sentirmi quello che sono: femmina. L'ho imparato aspettando, l'ho imparato guardando, l'ho imparato ascoltando, l'ho imparato leggendo, l'ho imparato capendo: il maschile che dimostro è la barriera, una difesa, un attacco per difesa, un modo di controllare, il modo per accertarmi che il femminile di me e delle mie azioni non sia - mai - usato per danneggiarmi, usarmi, denigrarmi, togliere valore a quanto faccio penso dico. Buffo, mi viene in mente un ambiente universitario, una bella città, una tarda mattina d'estate, un sacco di carta, un avvocato e docente, un suo commento a qualcosa che non ricordo: tanto lei è donna. Mi viene in mente il mio sguardo, se uno sguardo uccidesse l'avrei disintegrato, e invece no, perché tanto io sono donna ma soprattutto sono educata e delle gerarchie ho rispetto prima che delle persone, e allora ho taciuto, mi sono alzata e sono uscita, ho attraversato la biblioteca antica zeppa e traboccante di diritto e giurisprudenza, ho calpestato i mosaici ondeggianti per il tempo, ho sentito rimbombare il legno marcio del pavimento, sono uscita, lasciando quelle porte aperte, lasciando la bibliotecaria a metà di quel saluto. E ho aspettato che tornasse, mesi dopo, la persona che quell'avvocato e docente sostituiva: una donna, la titolare della cattedra, ma soprattutto donna, in maternità. Ecco, ho sbagliato tante cose, forse più di quelle che ricordo, finora ho sbagliato tante cose. Ricomincio da qui, riconoscendo che sono femmina, volendo esserlo fino in fondo. E sì, sarò ancora maschile nel mondo dei maschi, ma nel mondo che conta voglio essere femmina, forte e debole, silenziosa e inarrestabile, sincera e incomprensibile, maliziosa e irreprensibile, e molte, moltissime altre cose. Excessive. Come quei tuoi splendidi perfetti occhi di cielo d'autunno, ricolmi di gocce, piccole bolle di un'iride cangiante.

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venerdì, 17 agosto 2007

bar bianco, hard rock cafe, кафе литературнoе

losceriffoffo

Questo post meriterebbe la colonna sonora adatta:

Lo sceriffo-ffo
ha due baffi-ffi
il cappello-llo
una stella-lla
gli stivali-li
la cintura-ra
le pistole-le
ma non sa sparare
ma non sa sparare
bim bum bam!

Bene. Adesso che abbiamo stabilito la colonna sonora, ecco la storia e la storia nella storia.

Mamma e bimbo, in mezzo Topolino di metà agosto, una storia su Paperotto (ma esiste?) e le stelle cadenti. Insomma, a un certo punto, in una scena notturna, c'è questo sceriffo mezzo addormentato che, in piedi appoggiato alla sua auto, aspetta che una bionda signorina anni cinquanta country finisca di riassettare insieme a nonna Papera dopo una cena all'aperto per vedere le stelle cadenti. Roba di Ufo e cose così.
"Mamma, perché ha la stella sul cappello?" [NdR: ha anche la stella sulla camicia e sull'auto, ma questo non rileva]
"Perché è lo sceriffo, che è un poliziotto americano [NB: dimenticavo che lui lo sceriffo lo conosce per via della canzone]"
"Ah, sì. Ha la stellina sul cappello blu perché è notte. [Pausa]. Di giorno ha il sole sul cappello azzurro"

Ma non sa sparare, bim bum baaaammmmm!!

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