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A volte pare un altro pianeta. Mangio dormo rido lavoro coccolo mi coccolano preparo scappo sposto metto pulisco un ordine sparso e cose e persone. Un altro pianeta. Lo stesso, ora raccontato da un altro punto di vista. E da un altro. E da un altro. Lo stesso pianeta un diverso pianeta. Non è nemmeno un pianeta. E' il mio sistema di riferimento, ma i sistemi di riferimento non esistono se non come assunti. Gli assunti si cambiano, euclidei o meno. Questo è rigorosamente euclideo, ormai dimostrato. Parallele parallele. Improvvisamente si apre un racconto, parole di altri fluiscono nella mia testa per caso, apro le orecchie, ascolto. Ascolto. Perché improvviso è il flusso e la direzione è la mia. Ascolto. Ascolto il diverso punto di vista e scopro che è il mio. Mi aspetto un altro punto di vista attraverso altri occhi, questo pianeta mio solo mio che scaldo raffreddo vivo muoio a ogni rotazione. Scopro invece il mio. Lo stesso, esattamente lo stesso mio punto di vista. Occhi altrui osservano questo pianeta da molto prima che io esistessi e ascolto e scopro che i colori sono quelli che descrivo io, le ombre sono quelle che descrivo io, le distanze sono quelle che descrivo io, le velocità sono quelle che descrivo io, le asincronie, i terremoti, le alluvioni, le disperazioni. Tutto già visto già vissuto già provato non da me. Scopro che sono un replay di un mondo già vissuto, già visto, già sofferto, già mandato per aria da persone e persone prima di me. La mia rivoluzione è lenta, lenta per inesperienza, lenta per incertezza del mio cammino, ma ruoto. Ruoto con tutta la mia inerzia, i satelliti che mi porto dietro e avvolgo nella mia gravità. Non conosco la destinazione, ma mi sposto lungo la mia ellisse.
Ne avevo bisogno. Avevo bisogno di sentire per caso tutta la storia del mio pianeta.
Grazie
al ragazzo nordafricano: mi hai offerto quella galatina perché tossivo
allo stagista: mi hai offerto una caramella perché tossivo
allo statistico: ci volevano proprio quei biscotti
al numero uno: ci vuole proprio un momento per dire la verità
al colpo di fortuna: ci vuole proprio un momento per guardare la verità
al colpo di sfortuna: ci vuole proprio un momento per dire quello che si pensa
al signore con la giacca bianca: mi cedi sempre il passo all'uscita
al ragazzo un po' strano: sei una certezza al ritorno
al ragazzo con gli occhiali: sei una certezza all'andata
alla lettrice di gialli: da riccia sei diventata rasta e hai cambiato genere
a olivia: so che sei sempre lì la mattina
al labrador biondo: anche se non ti vedo mi vieni in mente
al treno delle 17:33: non si sa mai se e quando partirai, e mi ricordi che tutto è incertezza
alla feltrinelli in stazione: come sentirsi a casa quando ti senti morire
al calzedonia in stazione: come fare qualcosa di utile e sentirsi un po' meglio
alla farmacia in stazione: come sapere che forse non andrà così male
al cinese dell'edicola: un genio, basta coda allo sportello
alla fornaia di via tortona: un sorriso in ogni zucchiniegrana
al salumiere corpulento della standa: no, non mangio solo quello
alla barbara del saba: i tuoi croissant mi rimettono al mondo
al ragazzo del bar all'angolo, che oggi mi ha fatto il primo tè: mi hai ridato la vita
alle pilloline omeopatiche tedesche per bambini: fallito l'antibiotico, sarà ora che funzionino
a L.: facciamo a gara...
a S.: incredibile chioccia
ai gOccupati e ai gpreOccupati: non tutto è bit
al mio compleanno, perché non ho ancora deciso cosa ne farò
slightly warmer
Come niente sono due, un giorno, e non uno
Come niente sono uno, un giorno, e non due
Come niente sono zero eppure parevo dieci
Come niente passa uno come era passato un altro e un altro e un altro
Come niente è di nuovo dodici, ed era dodici anche l'anno scorso
Come niente scrivevo: lascia stare. E non sapevo ancora cosa dicevo
Come niente ho lasciato stare e ho cominciato a pensare
Come niente ho smesso di pensare e ho preferito sognare
Come niente ho sognato un sogno e i sogni son desideri
Come niente niente va desiderato: il desiderio è il male dei mali
Come niente ci si ammala e poi scoppia un po' la testa
Come niente la testa non scoppia, ma scoppia il desiderio
Come niente c'è silenzio, molto silenzio intorno
Come niente è davvero zero, non appena si spegne il giorno
Come niente sono qui da capo, a scherzare con una penna in mano
Come niente sarò qui da un capo, e non sarà ancora per un dieci
Come niente sarò poco, appena appena sufficiente
Come niente sarà il mio tempo, per niente affatto sufficiente
Come niente le mie energie, esaurite prima di pensare
Come niente il desiderio ricomincerà ad affiorare
Come niente, come sempre, sarebbe tempo di imparare
Come niente, sono sempre, e devo ancora cominciare.
Decidi di fare una valigia e ti ritrovi a farne un'altra, ma prima di fare l'altra non tua ti ritrovi a sistemare le scarpe, e ti accorgi che l'estate è passata prima che tu davvero potessi ricordarti dei tuoi sandali e quindi ora incastri gli stivali e nuovi tacchi tra quello che era uno spazio del caldo, ma poi è ovvio che ti servono le cose invernali e allora è vero, solo una parte degli armadi è migrata, e quindi tanto vale lasciar passare un momento, tirare il respiro e passando a toglierti la polvere esistente o meno dalle mani ti ritrovi davanti allo specchio, e decidi di pensare al trucco, quello di oggi e quello di dove andrai e tutte le cose che serviranno o potrebbero, e insomma dov'è il phon giusto. Ho acceso una musica nuova, ne avevo bisogno, e forse anche di un tè.
O della soggettività. O dell'interpretazione. O del kafka che c'è nelle relazioni interpersonali. E quindi io dico A perché credo sia il meglio, e tu dici B perché pensi sia preferibile, e la terza persona dice C perché non c'è altra scelta. E quindi chiunque pensa di averlo detto per primo, ABC pensano di avere ragione, tutti hanno torto e finisce che sarebbe meglio se ci fosse una tana per ogni orso e che ogni orso ci rimanesse da quando nasce a quando muore, salvo alimentarsi con delle provviste richieste on demand online door to door. Non so se sarebbe molto più triste, in fondo.
Un silenzio improvviso, fuori e dentro la casa, un'interruzione tra i rumori, una sospensione dell'animo: che silenzio, mamma!, induce i sensi all'attesa. Arriverà, forse, tra un grigio più intenso, uno scroscio contro le forme e la terra. Cadrà con veemenza, grande come gli occhi attenti e sorridenti: che silenzio, mamma!
E' un odore speciale, quello delle cantine di tutto il mondo, un odore che sa di Natale e cose ritrovate, di curiosità e scoperta. Quasi come l'odore di incenso, è un rituale.
katz’s delicatessen, caffè florian
E' così, come la goccia che scava, per quanto piccola e insignificante.
E' così, te ne accorgi improvvisamente, quando il buco è ormai fondo e non ne vedi il fondo, in fondo, tanto è fondo.
Sottovalutare è una brutta bestia, non affrontare per quieto vivere è l'errore del secolomillennio, lasciare lo specchio appannato è solo un modo di girarsi dall'altra parte.
Forse è per questo che, tutt'a un tratto, apprezzo con tutte le mie papille la dolcezza, l'amaro, l'aroma, la rima di questo cioccolatino, uno squallido aggregato di materia organica che rimette in piedi alcune delle cellule grigie intorpidite, congelate, di questo aggregato di materia organica. It happens, e it può essere qualunque cosa, a piacere, A rovesciata, per piacere.
Everything counts in large amounts e gliel'ho detto, alla D.: è molto bella la sua sciarpa uzbeka. Molto bella. E la luce di fondo sopra al sottofondo della mia voce ha scaldato un mattino di umidità e grigiore. E la voce in sottofondo sopra il fondo portoghese dal fondo degli altoparlanti sei dell'auto grigia e umida di nuvole cadute dal cielo ha scaldato uno sguardo attento alla città in torpore. Stufa stanca demotivata arrabbiata questa città in torpore grigiore. Felice serena irresponsabile, io con la mia bambina.
hard rock cafe, caffè florian
Va così, che scorri scorri e arrivi alla C e trovi una B e allora clic, entra Chet Baker, in una domenica oltre mezzogiorno, e forse non ho nemmeno molto tempo per scrivere. Entra una B come Baker, il fornaio e io ho appena fatto l'impasto dei canederli e se non ci fossero i fornai e il forno e la farina e l'acqua e il lievito non ci sarebbe tutto ciò. Non sarei arrivata alla B e prima ancora alla C. Io sono ferma alla A, una A grande come tante cose di cui ho bisogno. Si inizia da lì, spesso. Come vorrei averne una, di A, quella che piace a me, e cominciare da lì. Prima devo riavvolgere e rivedere l'alfabeto in cui navigo, partire dalle piccole zeta, dalle z, quelle più fastidiose, entrarci dentro, farmene pungere, graffiare. E' soffice, invece, soffice come dita leggere sulla tastiera, sul pianoforte, forte sul piano, piano, forte, un Chet di domenica mattina, in una mattina tarda, in cui potrei, che so, essere in una casa di La Jolla, dove tutto quello che sembra esserci è onde contro le rocce, the gap, una cheescake factory e del jazz. Potrei essere, che so, a Hiroshima, dove tutto quello che sembra esserci è il tempodopo, e quella colonna sonora, continua, ovunque, un jazz infinito in tutte le bakery e le crestine in testa anni quaranta. O potrebbe essere sera, notte, buio, fresco, e dovrei infilarmi in un pub nella periferia di Londra, un piano, un contrabbasso, sedie scomode, poco più.
'cause I was born to be blue
Sono ancora qui, tra i silenzi lasciati da computer che ronzano, una voce lontana e io che fuggo sulle sue note. Domani è lunedì, domani è lunedì e inizio da lì, da una l, buttata a caso in mezzo a un alfabeto per dire l'inizio. Era una domenica così, ma di luglio, ero oltralpe, dieci anni fa, caldo e i silenzi lasciati da un aereo tra le montagne, un paese che è così, un paese, non è tipico o caratteristico anche se vuole essere turistico. Prima di essere turistico o caratteristico, non è nemmeno tipico, un paese è così. Dialetti tedeschi grezzi e molta luce, una locanda piccola, luce di mezzogiorno sotto la pergola, giusto dietro la casa. Pochi avventori, voci tonanti, boccali di birra; un gatto passa a fianco della cameriera, aspetto il dolce, voglio tuffarmi nella crema di vaniglia che lo inonderà. Davanti a me c'è qualcuno, quel che è più strano è che non ne ricordo il nome, non ricordo molti dei nomi di chi vedevo ogni giorno, di chi ho visto quasi ogni giorno per tre mesi, di chi caricavo in macchina con me nel fine settimana per un giro di scoperte. Profumo di vaniglia, voci forti sopra il ghiaino e solidi tavoli da esterno, luce fortissima filtrata dalle foglie. Ma forse ero sola, quella domenica e dev'essere così, forse nel pomeriggio andando con l'auto ho visto un cartello grotta, non ricordo nemmeno come fosse scritto, e ho messo la freccia. Era un po' lungo il sentiero, fresco sotto il bosco, forse non ero nemmeno troppo vestita e c'era da rabbrividire dentro quella grotta dove scorreva sgorgava sbraitava tra le rocce un vortice di troppa acqua, troppa perché la terra la contenesse, incontenibile gorgo d'acqua viva.
E poi sarà di nuovo domani, un altro domani. Non sarò sola, per fortuna, sarò impegnata, avrò qualche sorriso perché sono due, i bambini sotto i quattro anni. E di nuovo qualcuno chiederà a lui se è contento di avere una sorellina così bella e dirà a me che begli occhioni che a lei e che, ma dai, ha solo cinque mesi, e ma dai, guarda come sorride. Non ne ingrasserò, ma di questo vivo, e in fondo è un gran bel vivere.
Aspetto una telefonata, aspetto una macchina, aspetto che inizi la scuola, aspetto, aspetto un sacco di cose. Essenzialmente aspetto, sono una persona di bell'aspetto e aspetto, al cospetto del dispetto dirimpetto. Vorrei una granatina al lime, un luogo vuoto un po' cupo e intimo per sentire parole, parole una in fila all'altra, una bella collana di parole, scaraventate addosso a me, una collana che mi si avvolga intorno al collo, forse stringendomi e soffocandomi, forse non sarà una collana ma una serpe che mi constricterà, ma così non voglio, e quindi sarà una collana autentica di parole in fila, astrazioni che mi faranno capire vivere sopravvivere sorridere ridere irridere deridere, perle autentiche preziose e rare, rare e preziose, perle astratte, silenzi pieni, nessun imbarazzo nel guardarmi allo specchio e vedermici dentro.
bar bianco, café de la paix, caffè florian
E' stata una giornata d'inferno. Beh, non proprio. Non d'inferno. Una giornata piuttosto piena, diciamo. Diciamo che una giornata d'inferno è ben altra cosa. Una giornata seriamente intensa, senza un briciolo di riposo mentale o fisico. Una giornata di quelle in cui butto giù a mia madre in tre secondi: tutto bene, siamo vivi, ci sentiamo domani - ciao. E lo so quanto fa male, essere liquidati così. Ma non riesco a far di meglio, è andata così, la giornata e alle nove di sera avevo ancora da cominciare tutta la serata: il rientro di L., addormentare lui e C., che pure dalle nove di stamattina aveva dormito mezz'ora. Se è permesso, a una bambina di cinque mesi e due giorni, dormire mezz'ora e continuare a chiacchierare, sorridere, parlare, sputacchiare, spernacchiare, mangiarsi i piedi, mordere qualunque entità plastica, gommosa, tessile o vivente, si presenti a tiro.
E poi sono finita lì, nel lettone, un lettone allegro nella luce allegra, un lettone che a questo serve: essere, stanotte, allegro e festoso, pieno di allegria gratuita di due bambini, di una mamma che li guarda anche lei bimba per un momento, dopo tutta questa giornata non d'inferno ma seriamente intensa, mentalmente e fisicamente. Una mamma a pancia in giù, in qualcosa di morbido e chiaro, impegnata solo a studiare, imparare, i suoi bambini.
Voglio non dimenticare gli occhioni, come li amo, gli occhioni di C., che mi guardano sorridenti, spalancati, mentre spernacchia sopra i suoi primi due dentini, fa bolle e bollicine, con la lingua in mezzo alle labbra senza ritegno, e ride, ride come una matta allungando le manine verso il mio viso, soddisfatta di sfiorarmi con quei polpastrelli minuti e solidi e vagamente appiccicosi, di graffiarmi con le sue unghiette di gattina persa nel pigiamino di pisellino. Voglio non dimenticare i suoi sguardi in cerca di L., i suoi sguardi che lo seguono e lo studiano, lo ammirano, lo prendono. E lo prendono le sue manine, quando L. si concede, si avvicina ridendo come un matto anche lui - e no, falso lo dirai a qualcun altro, non è falso - un bimbo che si diverte, semplicemente, si diverte per un momento con il suo nuovo gioco, una sorellina che lo sfiora e lo accarezza, gli prende i capelli e quasi glieli tira, una sorellina che ride quando lui le dà i bacini e che tra un poco, insieme a lui, salterà come un grillo su questo lettone, allegro.
bar bianco, katz’s delicatessen, caffè florian
E' il trentaagosto, anzi, tra un po' finisce anche lui. Uno dopo l'altro. Lei ha sonno, è distrutta, ma ha ancora il coraggio di sorridere. Cresce, e per fortuna sorride, senza ritegno e spontaneamente, senza falsità o inganni, senza secondi fini. Non sa nemmeno quanto bene le posso volere, mentre mi pianta gli occhi addosso e mi sorride e mi studia e cerca di capire cosa c'è in me e cosa succede in lei e di nuovo, un ditino all'angolo della bocca, una manina cerca un piedino, e poi di nuovo, con i movimenti rallentati di chi ancora sta studiando e non ha fretta di arrivare alla conclusione, incrocia le due manine, sempre guardandomi, sempre sorridendomi.
Non può avere idea di quanto le voglia bene, mentre allunga la manina verso la testa del suo fratellino, che si sta lavando i denti. Lui ormai è oltre, sa anche sorridere per finta, qualcuno - qualcuno - mi ha detto quanto è falso. Falso, capisci. Falso. Ha uno scopo, ovvio, quello di farsi vedere, quello di attirare l'attenzione, quello di attirarsi i complimenti e l'amore di chi gli sta vicino. Falso. Falso. Le parole vanno cercate, non buttate lì a caso. Falso, - qualcuno - mi ha detto. Falso.
Anche lei sarà così e tante altre cose, diverse in peggio e in meglio, e chi può giudicare cosa sia meglio o peggio. Io sono qui, mentre lei mi è addosso, che cerca la bocca con l'alluce e l'alluce con la bocca. Vorrei che sempre, la sua preoccupazione maggiore nella vita fosse un nuovo dentino che cresce. E ride, sai, non sai quanto ride. Non lo fa quando è con estranei, non chiacchiera nemmeno molto. E' troppo impegnata a studiare, capire, fare altro. Con me è tutto quello che può essere e ride, chiacchiera, gorgheggia, gracchia, lecca pollice e allluce insieme. E' per questo, no, che ci sono le mamme. Credo.
Forse è un nuovo temporale, quello che si avvicina. Come stamattina. Buffo, non ci pensavo. Lei lo conosce da sempre, il ticchettio delle mie dita sulla tastiera. Da sempre. Non il rumore di dita sulla tastiera. Il ritmo delle mie dita sulla tastiera. Talmente veloce da non essere nemmeno un ritmo, in fondo. In fondo. In fondo c'è il vuoto, il nulla, il silenzio. Un silenzio indotto, un nulla precipitato, una sabbia mobile in cui sprofondo senza accorgermene, perché continuavo a convincermi di camminare su solida roccia. La solida roccia è una roccia amica, ma è tutto quello che sembra: una roccia amica. L'ho sentita di nuovo, oggi: I've got too much life running through my veins, going to waste. Molto pop, molto efficace. Ok, andiamo a dormire, magari, magari ci riusciamo. Falso. Trentaagosto.
bar bianco, katz’s delicatessen, caffè florian
E' sufficiente camminare dietro a una persona molto bella per vivere sorrisi e sguardi e commenti rivolti a lei. E' bella, bella in modo suo e speciale, bella con i suoi difetti e gli occhi enormi, di un colore di cielo d'autunno, un cielo meditabondo e pensieroso, e la fronte a volte corrucciata dietro a un pensiero, un sentiero di apprendimento, uno sguardo rivolto al nuovo, non ancora compreso, non ancora fatto suo. Imparo, imparo molto seguendone i gesti e l'attenzione. Guadagno attraverso la sua bellezza indiscutibile fresca e morbida, guadagno attraverso i colori che la circondano e la avvolgono, guadagno un mare, un mare di sensazioni e di compagnia. Fammi compagnia, stai con me. Me lo dice lei, a volte o spesso, lei che sta così bene sola quando è sola, lei che odia stare sola quando vuole compagnia. Stai con me, fammi compagnia e regalami un po' di quella tua bellezza fresca e morbida, delle novità che riempiono i tuoi pensieri, i sorrisi spiegati e gorgheggianti, sereni di te, di te attraverso me, di te. Solo di te. Io sono meno sola con te. Riempio il mio tempo e lo spazio del mio sentimento, riempio il mio vuoto così vuoto, e voglio, improvvisamente, ed è uno scoppio, lo scoppio di una bomba finora inesplosa, voglio essere rimanere diventare sentirmi quello che sono: femmina. L'ho imparato aspettando, l'ho imparato guardando, l'ho imparato ascoltando, l'ho imparato leggendo, l'ho imparato capendo: il maschile che dimostro è la barriera, una difesa, un attacco per difesa, un modo di controllare, il modo per accertarmi che il femminile di me e delle mie azioni non sia - mai - usato per danneggiarmi, usarmi, denigrarmi, togliere valore a quanto faccio penso dico. Buffo, mi viene in mente un ambiente universitario, una bella città, una tarda mattina d'estate, un sacco di carta, un avvocato e docente, un suo commento a qualcosa che non ricordo: tanto lei è donna. Mi viene in mente il mio sguardo, se uno sguardo uccidesse l'avrei disintegrato, e invece no, perché tanto io sono donna ma soprattutto sono educata e delle gerarchie ho rispetto prima che delle persone, e allora ho taciuto, mi sono alzata e sono uscita, ho attraversato la biblioteca antica zeppa e traboccante di diritto e giurisprudenza, ho calpestato i mosaici ondeggianti per il tempo, ho sentito rimbombare il legno marcio del pavimento, sono uscita, lasciando quelle porte aperte, lasciando la bibliotecaria a metà di quel saluto. E ho aspettato che tornasse, mesi dopo, la persona che quell'avvocato e docente sostituiva: una donna, la titolare della cattedra, ma soprattutto donna, in maternità. Ecco, ho sbagliato tante cose, forse più di quelle che ricordo, finora ho sbagliato tante cose. Ricomincio da qui, riconoscendo che sono femmina, volendo esserlo fino in fondo. E sì, sarò ancora maschile nel mondo dei maschi, ma nel mondo che conta voglio essere femmina, forte e debole, silenziosa e inarrestabile, sincera e incomprensibile, maliziosa e irreprensibile, e molte, moltissime altre cose. Excessive. Come quei tuoi splendidi perfetti occhi di cielo d'autunno, ricolmi di gocce, piccole bolle di un'iride cangiante.
hard rock cafe, caffè florian
il pc funziona
una password non funziona
il wireless non funziona
non trovo bd2, dev'essere andato perso nel trasloco
la to do list è infinita
lo stenditoio è pieno
la to do list è infinita
la mia testa trabocca
tutto è uguale a prima
sono abbronzata
sono dimagrita
sono ingrassata
sono più tonica
sono meno tonica
ora chiudo questo quadrato
chiudo questo quadrato
chiudo questo quadrato
tre
due
uno
chiuso
bar bianco, katz’s delicatessen, caffè florian
Cradled.
Tra le mie braccia, assorbe me e la sua vita. E' quasi addormentata, in uno stato di piacevole abbandono. La tengo così, vorrei fosse per sempre.
Mi tiene, lei tiene me, si aggrappa a me, mi tira, improvvisamente attenta, appena sente che la sto lasciando. La sto appoggiando lentamente in un posto morbido e tutto suo. Sa che la sto abbandonando. E' questo che sente. Gli occhi spalancati, si lamenta, si lamenta subito e mi guarda, dritta negli occhi. Mi accusa. J'accuse. Mi accusa ed è vero, è vera tutta la sua accusa. La sto lasciando. Anche se non vorrei.
Piange, mi guarda e piange, un pianto forte di accusa. Le mie mani la accarezzano, lentamente e delicatamente, le accarezzano la fronte, le tempie, le guance. Una mano le sfiora il corpicino, morbido e forte, così forte e tutto lì dentro alla mia mano. Continua a piangere. Mi vuole. La voglio. Ci abbracciamo, ci calmiamo.
Sulla sommità: tutto è sotto, visibile per la prospettiva, invisibile per la distanza, scarsamente distinguibile per la fatica di essere arrivati fin lì. E' facile mettere il piede in fallo, molto più facile di reggere l'equilibrio, magari chiudendo gli occhi e continuando lungo un percorso indovinato al tatto, annusato nell'aria che circola intorno, vortica prima di prendere una direzione. Tutto è sotto, nella nebbia e sotto il sole, nel buio o sotto un temporale come quello che sta esplodendo ora.
Me lo ricordo, un temporale: un temporale bellissimo, stupendo, devastante, scoppiato come in un film, e come in un film due auto si affiancavano e prendevano una direzione sola.
Senza accorgersene, tra le vertigini.
bar bianco, café de la paix, caffè florian
In cima a un colle, nel silenzio religioso di un vento fra le foglie e i suoni di bosco. Una signora, treccia lunga a coroncina intorno alla testa, orecchini ottagonali indovinati prima di vederli, traversina scura. Passa davanti alla mia panchina, sorride.
- Grüß Gott.
- Grüß Gott.
Sorride a C., minuscola e calda e in movimento in braccio a me, dentro all'aria. Sorride a C., sorride a me.
- Sie ist die C., dico e C. la guarda, incantata.
- Sie ist ruhig.
Sorride di nuovo, gli occhi più chiari di prima, tra le rughe.
Avrei voluto tutto diverso, tutto semplice, silenzioso, tranquillo. E' questo che pensavo prima che apparisse l'emblema di femminilità tradizionale, qui di fronte a me, nel religioso silenzio di un vento fra le foglie e i suoni di bosco, in cima a un colle di calvario, tra piccole costruzioni rappresentative di tutta la cristianianità.
- Ja, ziemlich ruhig. E le sorrido. Cerco in questo emblema di femminilità tradizionale il segreto, nei suoi orecchini ottagonali, la treccia come una corona intorno alla testa, la traversina scura, le forme pesanti del burro di decenni, le rughe intorno agli occhi chiarissimi.
Settenne, sedile posteriore di cinquecento beige decapottabile, passando sotto il sole estivo davanti al monumento alla libertà: "Io invece non mi sposerò mai"
Settenne, sedile posteriore di cinquecento beige decapottabile, passando sotto il sole estivo davanti al monumento alla libertà: "e da grande farò la pittrice"
Settenne, sedile posteriore di cinquecento beige decapottabile, passando sotto il sole estivo davanti al monumento alla libertà: "e avrò la vespa, mica il ciao, che se cadi ti sbucci"
Settenne, sedile posteriore di cinquecento beige decapottabile, passando sotto il sole estivo davanti al monumento alla libertà: "e poi una porsche bianca decapottabile, un maggiolone con la carrozzeria tutta disegnata e colorata e una macchina grande dove posso dormire dietro quando faccio guidare l'autista"
Dal basso di una forse cinquenne all'alto degli occhi grigio azzurri di un nonno altissimo: "Se no mi a''abbio come un leone"
Da una ventiduenne in piedi al suo papà seduto, per dire che sta per saltare al di là dell'oceano per almeno 11 mesi: "Beh, in fondo è come andare naja"
Da una diciottenne a se stessa, comoda su una sdraio dietro a un tendone bianco, sopra una terrazza con uno scorcio di mare in fondo: "Tanto non ho bisogno di andare a Milano per studiare economia. In fondo Ca' Foscari non esiste da ieri. E poi a Milano prima o poi toccherà andare comunque, quindi per ora che sia Venezia"
Da una ottenne a sua madre, che le dice che lo spaziotempo sta per cambiare definitivamente: "Ok, ci vengo, a patto di fare tutto quello che faccio qui"
Da una ottenne a sua madre, di fronte alla prospettiva di affrontare il pattinaggio a rotelle in sostituzione dell'inesistente, in tale luogo, pattinaggio su ghiaccio: "Ma questi sono pazzi, sai il male che mi faccio se cado sull'asfalto. E poi vanno lentissimi, che schifo di salti. No, farò qualcos'altro"
Dal basso di una forse quattrenne seduta all'alto degli occhi grigio azzurri di un nonno altissimo: "No, ho ragione io: se è del colore della ca'ota si chiama catacione"
Blin blon
Nota per i naviganti: quantozucchero, così come distillato dalla sottoscritta emanuelasplinder, esiste solo qui, sotto forma di splinderblog. Diffidate delle imitazioni. Il quantozucchero creato su myspace NON E' MIO. Mi complimento con la proprietaria dell'omonimo myspace per la creatività nella denominazione.
Ringrazio per la cortese attenzione e spero che tornerete presto a volare su questo blogmobile. Arrivederci.
Blin Blon