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Avanti e avanti, nel passato: l'occhio sovrumano scava nella vastità e trova il vuoto, segno oscuro di un universo infante, del gelido silenzio primordiale.
Mentre c'è chi deve rubare i minuti al resto per infilarsi sotto la doccia o fare il bagnetto a una neonata o dare una strigliata a un treenne, c'è chi fa di meglio (?): un bagno gratis in centro a Roma o due bracciate con un elefante. Ma, dico, avete mai provato, ad esempio, a entrare in mare a cavallo di un quadrupede? E' sufficiente far passeggiare un cavallo con le zampe appena nel mare, lasciate spazio all'immaginazione e saprete che è meglio stare sopra una sella. Nuotare insieme a un elefante? No grazie.
hard rock cafe, caravan cafe, caffè florian
Per essere in grado di entrare nel mondo dei sentimenti e dell'attrazione sessuale senza apparire sciocchi e imbarazzati, occorre fare del piacere una sacra priorità e destinare a esso un tempo preciso, proprio come si fa con le festività religiose. Mettere il piacere sul calendario sacro non significa ridurlo a un paio di giorni di relax compressi tra due pesanti settimane in viaggio d'affari. Significa proprio il contrario: rovesciare le priorità; prima mettere in agenda quello che può essere un progetto di piacere lungo qualche settimana, dopo di che trovare lo spazio per il viaggio d'affari.
Fatema Mernissi, L'Harem e l'Occidente
E' un luogo che non conosco, un luogo di poco all'interno, secco e arido e collina. Sentieri portano a rovine, del settecento quanto un dipinto neoclassico, cespugli sparsi, forse animali e tutto il resto. L'aria calda più che tiepida e meno che rovente, sicuramente asciutta. Movimenti di persone, movimento mio, in esplorazione e spostamento attraverso il paesaggio, alla ricerca, per comprendere e conoscere questo luogo, che non conosco.
Arrivo a un paese, sento aria di mare, la luce si fa lucida come è la luce intorno all'acqua, trovo la mia casa. Una casa grande, vecchia di cent'anni e più, mura spesse, è fresca dentro, forse un brivido entrando all'ombra. Una casa solida, abitata da molto, essenziale ma piena di quello che serve. La attraverso, stanza dopo stanza, entro ed entro e dall'ultima stanza si apre una veranda, ampia, tavoli di legno grandi e lunghi, all'ombra di un tetto di legno scuro, edera e verde scuro, qui sotto fa fresco, è un sollievo verso un cortile grande. C'è gente, c'è altra gente che sembra naturalmente lì, non so che farmene ma è lì, a prendere il fresco e riposare e chiacchierare, respirare e guardare aria e luce riflessa.
Dopo un po' mi alzo ed esco, esco nel paese che è una strada, con portici recenti, forse una ferrovia, portici complicati, quasi labirinti, c'è gente, è un'ora di acquisti e spostamenti, e dire che a poco da qui è di nuovo neoclassico e a poco da qui è anche la casa, mura antiche e solide.
Lo sguardo si alza, sono in un punto estremo di un'isola estrema, di una Sicilia che sfiora - dall'alto si vede bene - l'Italia da un lato e l'Africa su questo, le sfiora talmente che qui, in questo paese che non c'è, a pochi passi dalla casa, dalle mura antiche e solide, si giunge a una spiaggia di sassi e ghiaia, così vicina alla riva opposta che basta una barca a remi.
Sogno l'acqua, a volte, la sogno in tante forme diverse, in ambienti diversi, con sensazioni distinte.
Io in piedi o seduta o sdraiata sul bagnasciuga, un po' alla volta l'acqua è salita, salita lentamente fino a sommergermi, o a farmi immergere; ne sono emersa, o ne sono rimasta compressa svegliandomi senza fiato. Oppure è arrivata con onde sempre più alte, molto più alte di me, ingovernabili, inaffrontabili, che si ergevano improvvise sopra di me.
O ero in mezzo al mare, a nuotare, e ancora una marea inarrestabile annullava ogni sforzo.
A volte è Venezia, quella vera o angoli che non esistono, disegnati dalla mia mente in modo molto preciso.
La volta più ridicola, forse è stata quella volta in cui ho sognato che arrivavo dalla stazione e attraversavo il ponte degli Scalzi, ma il ponte era al contrario, scendeva in acqua per poi risalire invece del contrario. Lo sanno tutti, poi, che l'acqua alta invade la fondamenta opposta.
Oppure sogno acque alte chete, che attraverso come si guaderebbe un torrente, trovando appigli e passaggi, appoggiandomi a barche ormeggiate, sottili rive, marmi scivolosi di palazzi antichi. E' assurdo e inquietante, ma divertente, quando è così.
Stanotte ho sognato il fuoco. Tra l'altro, di fronte a quella che, a pensarci poi, nella realtà è la sede dei pompieri di Venezia. Dalla calletta di Ca' Dolfin arrivava una strana moto, tipo quelle che vanno sulla sabbia, il motore in fiamme, e si infilava dentro un palazzo, forse quello dove c'è il negozio dell'artigiano dei pellami. In qualche modo la facevamo uscire - io e non so chi - e il fuoco che si stava sviluppando all'interno del palazzo sembrava spontaneamente spegnersi quando è arrivata un'auto d'epoca, tipo anni trenta, e si è schiantata, esplodendo, nel medesimo punto. Spiegatemi.
Non ho mai sognato i miei esami o la notte prima degli esami.
E' forse questo, che mi mancava di più; questo, che mi mancherà di più: sentire dentro, il movimento, il torpore, il calore, un essere che non sono io e che pensa e agisce e sente per conto suo, dentro di me, urtandomi, sfiorandomi, solleticandomi, colpendomi, scontrandosi. Un'estranea, piccola e intransigente, priva di scrupoli ed educazione, libera nella sua volontà e autonoma e per ora completamente dipendente, tra poco completamente indipendente per quanto poi chiederà a me.
E' forse solo desiderio animale, che spinge a una piccola folle morte contro ogni interesse razionale, che obbliga a chiedere per poi regalare, definitivamente, in modo esagerato e completo e ulteriore ogni fibra. Che spinge a volere un peso, un rischio, una vecchiaia che non mi appartengono, una responsabilità da cui rifuggirei volentieri, proprio nel momento in cui si sta abbreviando il percorso lungo la china, la salita si fa meno ripida e si inizia a intravedere il frutto di una mezza vita di sforzi.
E' questa estranea, che non so chi sia, che non so che faccia abbia, che voce abbia, che sentimenti abbia, che cosa voglia da me e dalla sua vita. Una cosina che non ha nome e ne avrà uno solo quando ne troverò uno io, e pure è più completa e felice e serena di me, ora che non è ancora nessuno. La metterò al mondo per farle scoprire il freddo e lo stupore della luce e lo sconforto e la fame e l'ignoranza. Per insegnarle a coprirsi, a proteggersi, a sentirsi sicura, a nutrirsi e a imparare. E' un'inutilità che ha un senso solo per chi non sono io e lei e tutti gli altri messi insieme. E' un'inutilità che non posso capire, che lei non può capire, che va accettata e sulla quale galleggiare, sempre, tutta la vita, insieme alla neve e all'acqua e al fuoco e al suolo e all'aria e alle altre vite.
Perfetti, ognuno perfetto, ti avvicini e non odorano, pura estasi visiva, purissimo segreto, chiuso nel suo colore, bianco virgineo, rara commovente sfumatura ciclamino, giallo violento di sole esploso tra nuvole basse, una sfumatura appena tra petali orlati.
Un paio di giorni in un coccio semplice o in un vetro prezioso, il gambo avvolto da due lunghe foglie nell'acqua, e si svelano, poco alla volta, si concedono, regalano uno scorcio del loro animo finché, improvvisamente, esausti, spalancano i petali, finalmente indeboliti, ammorbiditi, non più croccanti solide mura intorno al segreto.
Se c'è uno psicologo in aula, si alzi e risponda: perché, non essendo animale marino, mi ostino, d'istinto, a scegliere destinazioni insulari o talmente al centro della terra da risultare isole nel continente.
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A volte, nel ronzio di neon e stampante, si insinua un'onda impalpabile e invisibile e inaudibile. I sensi si svegliano, e aspetti che succeda qualcosa.
I cavalli hanno smesso di girare, saranno umidi, bagnati, esausti. C'era un trattore, girava intorno alla pista da trotto, l'ippodromo deserto in un giorno della settimana. E' qui davanti, mentre parlo a vuoto, di cose finte, di zeri e uni messi insieme a creare una struttura complessa, che rifletta le specifiche, che consenta a tutta questa gente di usare il proprio tempo per ottenere uno stipendio da qualcuno che strappa il contenuto della terra per rivenderlo ad altri, per tutti gli usi consentiti o.
Ormai saranno nelle stalle, grigiastre e umide e tiepide di fiato e fieno, odorose di vita, mentre chi ha appena lasciato questa stanza aspira, in un cubo sigillato, l'alito del tabacco.
Fuori è grigio presto, è grigio pesto, è grigio e piove, piove Atlantico, piove sulla terra, la terra verde sotto il grigio, il grigio pesto. Le case bianche, pareti bianche, finestre grandi, luci attente dentro. Candele, candele ovunque, luci, lucine piccine, questione di calore.
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La mano guantata sa di cuoio e calore. Quel guanto si sfila, la mano si appoggia alla superficie liscia, segue il verso del pelo, le sfumature di colore sotto la luce. Una vibrazione percorre la criniera - fastidio o brivido, non so. Un cavallo non si accorge quasi che tu lo accarezzi, dicono. Devi dargli un paio di belle pacche alla John Wayne sul muscolo della spalla o sul collo o sulle rotondità della coscia, così ben delineata sotto il pelo. E pure nulla è quanto passare le dita nel verso del suo pelo, appena sopra il calore, il suo odore, alto, a cercare il collo, un po' più su finché forse lui non deciderà di abbassare la testa verso di te, inevitabilmente bassa, e concederti la criniera ruvida, il soffice delle orecchie, la morbidezza della guancia fino alla linea dura e tonda della mascella, la sensazione rigida sotto le dita quando lo accarezzi lungo il muso. Ti guarderà con occhi grandi, grandi e curiosi, sotto ciglia lunghe. Muoverà le orecchie, forse in modo indipendente, a seguire rumori o sensazioni diverse. Forse sbufferà, dalle nari uscirà un calore lieve mentre l'intero peso del suo corpo si sposterà da uno zoccolo all'altro, in un gesto lento e paziente, di chi sa aspettare. Un cavallo non è fretta, quando gli sei vicino. E' bellezza semplice di proporzioni e armonia, colori e odore di verde e caldo. E potenza.
In sella, sei il suo movimento. Percorri i suoi vettori, attraversi la sua aria. E' questa la regola, per quanto tu lo diriga, gli chieda spostamenti guidandolo con due sottili strisce di cuoio, lo inciti con il tacco e cerchi, un istante dopo l'altro, di essere uno nel suo baricentro.
Il segreto è qui, e vale sempre: essere, insieme, movimento.
E così mi chiedi come va la pancia. Sono certamente molti di più quelli che me la toccano che quelli che mi chiedono come va, la pancia. E poi è bello, no?, chiedere come va la pancia. La rendi soggetto - io oggetto o diverso soggetto -, entità a sé stante, dotata di vita emozioni eventi propri. Proprio così.
La pancia è qui davanti, più che tutto intorno a me - che è una cosa che dico per ridere ma non è corretta. E' qui davanti, inevitabilmente in mezzo a tutto quello che faccio. Spesso non me ne accorgo. Cioè, so che è lì, ma, sempre per il concetto che io sono io, non me ne accorgo. La mia testa va altrove, pensa altrove, sa altrove, si fa domande altrove. E nel frattempo lei, soggetto, la pancia, è lì, ma non è solo lì. E' lì e contiene, trattiene, sostiene. E' buffa, orrenda, bellissima, strana, astratta, concreta, ignota, visibile, inevitabile, dura, rotonda - tra le altre cose. E tra le altre cose, se sto ferma per un po' e mi alzo improvvisamente, può essere che mi renda conto che non sia nessuna di queste e che sia il contenitore di qualcosa che mi si è piantato di traverso e contro cui, alzandomi, mi scontro e mi impiccio. Mi devo muovere un po', forse risedere per rialzarmi o saltellarci un po' per risistemare un compromesso accettabile per entrambe le parti - me e il contenuto.
E' successo che - stavo mangiando già strano da qualche giorno e mi insospettivano gli odori nipponici - a Fukuoka, davanti ad un grande specchio illuminato di bagno d'albergo, sistemandomi i pantaloni di dimensione danza - quelli fucsia larghi e leggerissimi, con i tasconi, che mi ero presa a luglio per tirarmi su il morale - mi sia guardata e, sovrappensiero, alle mie labbra sia sfuggito: "vorrei sapere perché sono così larga". Mi sono sentita e ho alzato lo sguardo e mi sono messa a ridere. E' andata così.
E quindi mi chiedi come va la pancia. La notte si sposta. Inizio già a svegliarmi a pancia in su, una posizione altrimenti assurda, è evidente che in altre posizioni mi infastidisce e mi pesa. Mi sveglio a pancia in su e al buio la sfioro, vado a cercare dov'è la testa. Perché a volte non serve l'ecografia per capire dov'è. Dura e tonda, ormai è grandina, la testa si pianta qui o lì e fa un bozzo da una parte, poi prosegui e intuisci il resto. Quando sono a pancia in su si sente.
Fa senso? Forse fa senso, non so più dove stia la verità. Forse non c'è, ci sono solo inquadrature soggettive. La mia è questa. E non è più vera o più falsa di quando della pancia mi dimentico totalmente, magari sempre al buio, e penso ad altro.
E' assurda e tonda, lo vedo negli occhi di chi mi guarda, gli occhi che mi guardano e poi scendono, istintivamente, inevitabilmente, e poi tornano a me ricomponendosi. E' un attimo e non c'è niente da fare, è istinto. Qualcosa ti dice che ieri era meno di oggi e domani sarà ancora di più e niente è come guardare e controllare per farsene una ragione.
Dire che una pancia tonda è buffa è solo un modo per mentire. Per alcuni è commovente. La loro voce si fa morbida, improvvisamente, come quella di F.A. che ieri se ne è finalmente accorto. In questo, invece, le donne, quelle giovani, sono strane. Ci sono quelle che hanno idea di come sia fatta una pancia e trabordano di idee e sensazioni e modi di dire e frasi fatte ed emozioni già provate. Poi ci sono quelle che non ne hanno proprio idea, come sarei potuta essere io fino a pochi anni fa, che cercano di essere coinvolte, ma perlopiù non ne sanno né forse ne vogliono sapere nulla. Poi ci sono quelle che ti vogliono bene, ed è un altro discorso.
Una pancia non è buffa o commovente, è un altro modo di essere e uno stato diverso nella mente di chi guarda - che cambia certamente molto di più di quello della mente di chi è guardato. Spesso c'è un velo in chi guarda, qualcosa che dice: peccato, però. Lo so: peccato però. L'unica cosa che risolleva quel velo è forse sapere come ero prima, quando ero già un dopo. Rimane però un sospetto di incredulità nella possibilità che io mi possa riavvicinare allo status quo e allora si parla d'altro.
"... and you will notice a disappearing waistline..." questo dice il mio sito preferito, un sito australiano molto zen e figlio dei fiori e lontano dalle clinicità dei siti americani o della generazione di apprensioni dei siti italiani. Lo dice più o meno verso il quarto mese. Sarebbe da capire cos'avevano notato prima - del quarto mese - perché la disappearing waistline, ciccette eventuali a parte, non è un concetto del quarto mese.
La pancia disorienta e squilibra ed è facile inciampare, perdere l'equilibrio ed essere vittima di caviglie e giunture in assestamento. Il baricentro non è un'opinione.
E quindi non è della pancia che parliamo. Parliamo di me, alla ricerca di equilibrio fra le mille variabili del mio complesso sistema di disequazioni.
File corretto in treno.
Due arance spremute in attesa di chiusura biberon.
Ingollato voluttuosamente un po' di polline.
File Sent.
Venti minuti alle sei.
Forse stramazzo per cinque minuti, fatemi sapere quando il tempo è scaduto, grazie.
Love all, serve all.
La giornata a volte si moltiplica per due o per tre o per quattro. E succede che uno lavori, poi torni e prenda un bimbo all'asilo, poi vada a farci la spesa insieme, poi infili qualcosa in forno mentre riempie la prima lavatrice e si arrampichi sulla scala per catturare un ragno di dimensioni apocalittiche, poi si ritrovi al telefono con un babbo natale e poi un papà vero, poi si fiondi sul forno per essere sicura di non aver bruciato, poi finalmente mangi e a metà stenda la prima lavatrice per riempirne subito un'altra, e quindi passi il (?) dopocena al telefono con le nonne e in tutto ciò gestisca vasetti e lavaggi di denti e carichi di gru da sistemare, e libri con numeri e lettere da capire. Insomma, capirete che ora mi rilasso un po' e passo ad un'altra finestra a farmi due slide in ppt. Tanto la terza lavatrice partirà da sola domani all'alba.
Ad alcuni è forse noto come io due cose odi: sprechi ed ingiustizie. O, forse, fonte di spreco è sempre iniustitia. In-ius(titia). Questo, dunque, aborro.
Una deliziosamente viscida forma di ingiustizia è quella di chi, risvegliandosi improvvisamente, si trova in un angolo e, sorridendo come il serpente Ka, ribalta le proprie responsabilità e tenta di convincere l'interlocutore della propria inettitudine. La teoria della frittata (bruciata), in poche parole.
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"What Patterson found was that before 1923 there was almost no lead in the atmosphere, and that since that time lead levels had climbed steadily and dangerously. He now made it his life's quest to get lead taken out of petrol. To that end, he became a constant and often vocal critic of the lead industry and its interests.
It would prove to be a hellish campaign. Ethyl was a powerful global corporation with many friends in high places. (Among its directors have been Supreme Court Justice Lewis Powell and Gilbert Grosvenor of the National Geographic Society.) Patterson suddenly found research founding withdrawn or difficult to acquire. The American Petroleum Institute cancelled a research contract with him, as did the United States Public Health Service, a supposedly neutral government body."*
Bill Bryson, A Short History of Nearly Everything
Anni '50, USA.
Infine, ricominciano. Nuvole nugoli stormi di storni si rivoltano, rivoluzionano l'aria, scuriscono il cielo e lo agitano, in complessi e perfetti volteggi e vibrazioni d'ali. Improvvisi, scartano nuovamente, si uniscono ad altri, altri vi si uniscono e creano, negli occhi, una sinfonia quasi ovvia e comprensibile unisono finché, infine, ricominciano.