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Ero andata per un paio di stivali e sono uscita con un cappottino. Niente è prevedibile, in fondo, nemmeno le canzoni nello stereo del negozio.
Come and hold my hand
I want to contact the living
Not sure I understand
This role I’ve been given
I sit and talk to God
And he just laughs at my plans
My head speaks a language
I don’t understand
I just want to feel real love
In the home that I live in
'Cause I got too much life
Running through my veins
Going to waste
I don’t want to die
But I ain’t keen on living either
Before I fall in love
I’m preparing to leave her
I scare myself to death
That’s why I keep on running
Before I've arrived
I can see myself coming
I just want to feel real love
In the home that I live in
There’s a hole in my soul
Can’t you see it in my face
Of real disgrace
I need to feel real love
And a life ever after
I feel like givin' up
I just want to feel real love
In the home that I live in
I got too much love
Running through my veins
Going to waste
I just want to feel real love
In a life ever after
There’s a hole in my soul
Can’t you see it in my face
It’s a real disgrace
Come and hold my hand
I want to contact the living
Not sure I understand
This role I’ve been given
Not sure I understand
Feel, Robbie Williams
Ai primi di agosto dello scorso anno ho comprato un paio di magliette ultrafresche in ultraliquidazione in una qualunque ultracatena mondiale.
Una dice: "Take me anywhere".
L'altra dice: "Everybody wants something sometimes with someone".
A fine agosto, in un luogo turistico d'estremo oriente, ho comprato a L. un piccolo asciugamano giallo - beh, giallo è il mio colore, non il suo - con Winnie e Pimpi. Dice: "Spring is so colorful. Spring is bursting with color".
hard rock cafe, fashion cafe, café de la paix
Stavo pagando: un'attività molto prosaica. Stavo pagando qualcosa di molto bello e desiderato in un negozio molto luminoso rigonfio di cose belle piuttosto utili e inutili. La commessa appositamente né bella né brutta, per aiutare l'intimità di un acquisto, appositamente né geniale né deficiente per comprendere un'esigenza e offrire qualcosa di appropriato e qualcosa di simile e qualcosa di completamente diverso perché non si sa mai, sempre nella taglia corretta.
Stavo pagando, illuminata da quella luce né calda né fredda, fatta apposta per mettere in evidenza forme e colori. La radio, a un volume né alto né basso, udibile ma non ascoltabile, ha esposto, sotto la medesima luce, una melodia, perché melodia era. "Questa canzone ha praticamente vent'anni", ho detto prima di trattenermi. E in fondo, perché avrei dovuto. Questa canzone ha praticamente vent'anni, ho pensato. Vent'anni fa ero sufficientemente lucida da innamorarmi di un concetto, un concetto romantico, molto in voga allora: la libertà dei popoli, la libertà tra popoli. Hai un bel dire, ora, che hanno abbattuto il muro. Non è chiaro nemmeno il video di the wall, credo, nel 2007. Hai un bel dire che ci voleva il passaporto per andare in Austria. Hai un bel dire che no, mica potevi prendere un treno e andare a Rostock così come oggi, a insultare tutti quelli di nome mcdonald che cucinano hamburger - hamburger, poi, capisci. Hai un bel dire che la cartina geografica dell'europa aveva tanti bei colori fino a una bella riga verso destra, che profilava un mondo grigetto poco comprensibile, nebbioso quanto i telegiornali che ne parlavano, comprensibile solo attraverso le parole di Demetrio Volcic. Hai un bel dire che no, non è vero che questa melodia è solo un kitch d'antan soft rock, suonato da un'acustica strascicata, una batteria da balera e cantata da un tedesco con la voce metallica e un po' nasale, brutto con quei capelli che nemmeno bonjovi all'epoca. Hai un bel dire, perché quei pochi, forse brutti, versi, raccontavano un mondo per molti irraggiungibile, comprensibile solo attraverso le immagini dai colori sbiaditi che passavano sotto la voce di Demetrio. Hai un bel dire che il Rock in Moscow erano probabilmente fiumi di birra versati sotto lo sguardo attento di centinaia di poliziotti e non solo. Perché questa voce metallica e un po' nasale, questa chitarra strascicata e questa batteria da balera sono le prime a fare il balzo, live, in quella parte grigetta della cartina geografica. Questa canzone ha solo vent'anni, signorina, aspetti che firmo la ricevuta.
I follow the Moskva
Down to Gorky Park
Listening to the wind of change
An August summer night
Soldiers passing by
Listening to the wind of change
The world closing in
Did you ever think
That we could be so close, like brothers
The future's in the air
I can feel it everywhere
Blowing with the wind of change
Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow dream away
In the wind of change
Walking down the street
Distant memories
Are buried in the past forever
I follow the Moskva
Down to Gorky Park
Listening to the wind of change
Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow share their dreams
With you and me
Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow dream away
In the wind of change
The wind of change blows straight
Into the face of time
Like a stormwind that will ring
The freedom bell for peace of mind
Let your balalaika sing
What my guitar wants to say
Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow share their dreams
With you and me
Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow dream away
In the wind of change
Scorpions, Wind of Change, 1990
Esco e la trovo davanti allo specchio. Apro l'altro rubinetto, è bella l'acqua sulle mani.
"Stavo decidendo se stringere la cintura di un altro buco oppure no".
Guardo il suo riflesso. Come un cioccolatino dietro la vetrina di una confetteria. Irresistibile.
"In effetti quello mi sa che è un problema che non avrò almeno per un po'".
Sorride, mi pare, mentre esce dallo specchio e dalla porta, portandosi dietro, immagino, il suo irresistibile aroma.
La manina nel cassettone aperto.
"E queste?"
"?"
"Ma sono attacc-h-ate!"
"Sì, si chiamano collant"
"Ah. Non sono stacc-h-ate"
"No, in effetti, quelle no"
E' un pezzo che ho questa cosa in testa. Non che me ne freghi più di tanto, ma adesso non se ne può proprio più. A parte che no Martini no party e, considerato che del Martini non mi frega niente, non sarebbe la presenza di George Clooney a rendermela interessante, ditemi tutti: ma davvero GC è l'uomo più sexy al mondo? No, spiegatemelo voi, perché io non lo capisco proprio. O mi sfugge qualcosa (cosa?), o non capisco proprio nulla di sex symbol (datemi una definizione assoluta, vi prego), oppure che lo si dica forte e chiaro, che ho ragione io.
Posto che posso capire che, quando non fa Troy e non è gonfiato e non è ripreso in una di quelle arie da Cip e Ciop (all'epoca di Gwyneth Paltrow la coppia era perfetta), uno come Brad Pitt possa pure passare per carino (in foto, visto che quando passi alle sequenze di fotogrammi l'espressione non cambia), vorrei capire dove sta la sexytudine di George Clooney. Ha la faccia da tubero, l'espressione di Michele l'intenditore di whiskey (con buona pace di quelli della Martini) e l'occhio di un palombo. Fisicamente non ci vedo (forse perché non mi sono mai premurata di indagare su com'è!?) nulla di diverso dal fisico del mio macellaio e tutto sommato mi ispira quanto un lichene abbandonato. Quindi, vi prego: aiutatemi a capire.
Passiamo agli altri primi dieci sexy al mondo.
2°: Patrick Dempsey - a parte il "chi è"? A parte il naso, il ciuffo unto e sguardo di chi sta soffrendo di appendicite vorrei che mi aiutaste a capire dove è sexy.
3° Ashton Kutcher che, oltre al fatto di essersi accoppiato con la bambolona Demi Moore plastificata per l'occasione, è né più né meno l'ennesimo collegiale a stelle e strisce messo di tre quarti. Sexy quanto Big Jim.
4° Taye Diggs, ignoto ai più al di qua dell'oceano, immagino. Ha vinto la medaglia di legno e adesso vi spiego il perché. Ho vissuto per un anno con Nakadia, nigeriana di terza generazione americana con un ottavo di sangue irlandese (una bisnonna schiava usata dal sua padrone), con due sorelle figlie di altri due padri, una ha abortito a diciotto anni mentre io vivevo con la sorella. Aggiungo che Nakadia ha fatto girare per la casa, la sua vita e il nostro telefono una quantità di uomini (spesso, fortunatamente, con nomi simili, così rischiavo di confondermi meno, quando rispondevo io) dall'accento improbabile e strascicato che nemmeno una fila di termiti in una casa a Miami in cui si sia dimenticato aperto il barattolo dello zucchero. Uno le ha pure regalato un diamante (un ventiduenne bodyguard con un divorzio e una figlia alle spalle). Insomma, se prendo Nakadia come campione medio dei gusti in materia di uomini di colore, ecco qui la foto: almeno uno e ottanta, muscolo che schizza dalla t-shirt, pelato o rasato, faccia di quello che è appena uscito su cauzione, diamante all'orecchio, un filo di barba appena ripassata dal barbiere. Ora riguardate la foto e dite: manca qualcosa? No. Ecco la medaglia di legno giustificata.
5° Johnny Depp. Con buona pace di Vanessa Paradis, io mi addormento a tutti i suoi film. Quasi, chocolat no, ma non era lui il protagonista. E' caruccio e grazioso, si capisce che gioca al pirata ma è un signore, e se anche gli si può perdonare che non sa vestirsi, continuo ad essere poco attratta dal tipo. In una parola: annoia. Anche se forse, sotto sotto, è sexy. Andrebbe provato.
6° John Duhamel. Scusate, sono poco aggiornata, ma richiamerei Carneade. Direi un finto Bowie tedesco anni ottanta, dalla foto. Non immeritevole di ulteriore indagine, ammetto, anche se mi sa di quello che sta a guardare cosa metti nel tuo piatto. No, non ce la posso fare.
7° Enrique Marciano. Carneade a parte, macho man non è il mio genere. Proprio proprio se devo. Passo.
8° Noooo, Di Caprio no!! Bravo è bravo, ma cosa c'entra con sexy?
9° John Krasinski.
10° Jake Gyllenhall. Meglio tornare a Krasinski.
Avrete notato, spero, che non c'è nemmeno Tom Cruise. Meglio così. Un carciofo in meno.
Le immagini non passarono mai o quasi. Bastava l'ipnosi della base, un nulla di note che destavano, una dopo l'altra, l'attenzione, ipnotizzavano ed avvolgevano in una spirale a cadere, mentre man mano si allungava una storia metallica e infinita, entravano nuovi suoni a sottolineare il refrain e la mente liberava - immagini.
fashion cafe, katz’s delicatessen
I nati il 24 ottobre hanno una vita caratterizzata da due temi: da un lato quello delle rivelazioni e delle scoperte importanti, dall'altro quello della cura minuziosa per i dettagli.
Non essendo quasi mai dei tipi freddi e analitici, i nati in questo giorno di solito sentono la necessità di rivelare se stessi e le loro scoperte al mondo, spesso in modo elettrizzante e sfavillante.
Non sono però quasi mai degli esibizionisti, ma piuttosto artisti e professionisti che prendono molto sul serio il lavoro, specie sotto il profilo tecnico.
Essi riescono a dirigere come vogliono l'influenza che esercitano su coloro che li osservano o li ascoltano.
Una delle loro doti principali è il grande magnetismo personale, che induce gli altri a interessarsi a loro e a ciò che fanno. Dotati di una forte personalità che tende a dominare la vita della famiglia o della cerchia sociale in cui sono inseriti, sono spesso tipi alquanto dogmatici, che di solito hanno sempre qualcosa da dire, anche se, talvolta, riescono a essere ancora più eloquenti con il silenzio.
Essi si accorgono, in effetti, che spesso è la qualità delle opere a parlare per loro, senza alcun bisogno di ulteriori giustificazioni che ne avvalorino la credibilità.
Perfezionisti all'estremo, conoscono i dettagli più minuti del loro lavoro e di ciò che creano.
Se sono genitori, saranno al corrente di ogni aspetto della vita dei loro figli e, in qualità di amici e amanti, sono sempre estremamente vigili. In realtà, il tema del magnetismo e quello dei dettagli sono strettamente legati nella loro vita, poiché la loro capacità di esprimersi in modo convincente è spesso il frutto di esperienze e ricerche accurate.
E' raro che facciano commenti o agiscano su questioni che conoscono poco o per niente: essi infatti disprezzano la falsità e sono capaci di riconoscere da lontano la simulazione e le informazioni equivoche.
Purtroppo, può esere molto difficile vivere e lavorare in modo sereno con i nati il 24 ottobre. Le persone più vicine a loro devono comprendere la loro completa dedizione alla carriera, senza scambiarla per un rifiuto personale nei loro confronti e nei riguardi di un rapporto di coppia.
Se, però, una persona nata il 24 ottobre perde completamente la testa per qualcuno, è capace di concentrarsi unicamente su quella persona dimenticando tutti gli altri e questo, naturalmente, finisce per creare il problema opposto.
I nati di questo giorno devono evitare di voler dominare a tutti i costi l'ambiente che li circonda al punto da suscitare negli altri rabbia e risentimento, fomentando lo scontento o addirittura un'aperta ribellione. Inoltre dovrebbero anche riconoscere che un'eccessiva attenzione critica per i dettagli della sfera umana può mettere gli altri troppo sotto pressione e sotto esame, e che divertirsi è un grande antidoto allo stress.
SALUTE
I nati del 24 ottobre posso causare, sia a loro stessi sia a chi vive vicino a loro, ogni tipo di difficoltà legata allo stress: pertanto, trovare il modo di programmare vacanze regolari, prendere dei periodi di pausa dal proprio lavoro e, in generale, fare una netta distinzione tra vita privata e professionale è essenziale per la loro buona salute mentale.
Fisicamente, essi devono fare attenzione agli eccessi sessuali di ogni tipo; emotivamente, devono guardarsi dalla gelosia e dalla possessività. A volte può emergere una tendenza a diverse forme di dipendenza. I nati in questo giorno dovrebbero rendere confortevoli e invitanti gli ambienti in cui dormono, e proteggersi dalle interferenze notturne. Per quanto riguarda il cibo, non fanno certo molto per limitarsi, ma è bene che non dimentichino di praticare un intenso e regolare esercizio fisico quotidiano per mantenere in forma la schiena e per non perdere la linea.
CONSIGLI
Imparare a lasciare che ogni tanto le cose vadano da sole. Non siete obbligati a capire o, tantomeno, a cercare di controllare tutto. La gelosia non può essere limitata facilmente se diventa uno stile di vita.
PREGI: magnetico, preciso, intuitivo
DIFETTI: geloso, pretenzioso, iperstressato
Da un ritaglio de: Il Gazzettino, 24 ottobre 2006
"I mean, visiting any shop for the first time is exciting. There's always that buzz as you push open the door; that hope; that belief - that this is going to be the shop of all shops, which will bring you everything you ever wanted, at magically low prices. But this is a thousand times better. A million times. Because this isn't just any old shop, is it? This is a world-famous shop. I'm actually here. I'm in Saks on Fifth Avenue in New York. As I walk slowly into the store - forcing myself not to rush - I feel as though I'm setting off for a date with a Hollywood movie star."
Sophie Kinsella, "Shopaholic Abroad"
Ci ho messo del mio. Ho deciso, finalmente, come vestirmi al matrimonio a luglio. E' noto che non comprendo perché la gente si sposi a luglio. Fa caldo, di solito si va al mare, in montagna, al lago o si polleggia boccheggiando sul divano di casa davanti a un ventilatore, i mondiali e una limonata gelata. L'ultima cosa che ti verrebbe in mente, a luglio, potendo scegliere con un minimo di razionalità keynesiana, è andare a un matrimonio. Un uomo si mette quel che si mette, ma questo non ha rilevanza. Sto parlando di gente seria: una donna ci si deve impegnare. Mica si infila il vestito grigio perla estivo per l'ufficio con una cravatta chiara. Mica basta passare il rasoio in faccia. E' questione di serietà.
Quanta gente ci sarà - cinquanta non è mica cinquecento.
Chi sono io in tutto ciò - la damigella, la sorella, la cugina, l'amica intima, l'amica che è lì per far numero, la moglie del fratello, nessuno e non ho capito perché sono qui.
A che ora sarà - mattina/pranzo: da bollire; tre e mezza al mare: li ammazzerei fino a cena; sera/cena: elevato rischio danze e schiene scoperte in modo pericoloso.
Dove si farà - perché mica è la stessa cosa Portofino o un agriturismo in Toscana o il centro di Milano un sabato sera di luglio.
Poca retorica: sposarsi in febbraio ha un sacco di vantaggi.
Ma qui ormai siamo alle strette: c'è un matrimonio a luglio in un agriturismo in Toscana e c'è da capire come vestirsi. Sarà chic ma sarà bucolico, e soprattutto sarà di giorno. Caldo. E ci sarà un cosino di due anni e mezzo da inseguire. Signorina, come ho detto: niente scollature pericolose, grazie, e niente vestitini svolazzanti. Non va. No, neanche quello bello nero. No, neanche quello bello bianco. E no, no e no, nemmeno quello che mi ha mostrato in nero e che mi sta mostrando in verde bottiglia: ma l'ha vista la Parietti al matrimonio Savoia? Ecco, e la mia massaggiatrice non è quella della Parietti. Insomma, siamo seri: Lei se lo metterebbe?
Chi di verde si veste di sua beltà troppo si fida (bisnonna dixit).
Le donne dovrebbero coprire l'unica cosa brutta che hanno: le ginocchia (bisnonno dixit).
Alla fine ho deciso. E' stata una combinazione. Ho visto una canotta e una camicetta molto voile-eggianti, singolarmente trasparenti a fiorellini turchesi e ho detto: perché non prenderle tutt'e due e metterle sopra a dei pantaloni? Pantaloni: giusto quelli che sono a stringere or ora dalla sarta (e che ho preso senza sapere perché). Scarpe. Le scarpe. Beh, ci sono i famosi sandalini nuovi. Quelli che un giorno metterò. Perfetti, stesso colore dei pantaloni. E dei particolari del top. Splendido. Borsa. Facile, fin troppo facile: devo solo chiedere un prestito a mia mamma. Una cosa che le ho preso a Saigon. Fine, fatta.
E invece no. Ci ho messo del mio. Perché, vedete, sotto a tutto ciò, mediamente trasparente, voglio mettere un reggiseno. Sarà mica strano. Beh, a dirla tutta dovrebbe essere - lo so, non ribaltatevi sulla sedia, ma non c'è altra opzione - tipo testadimoro. Lo so, è dura. Potrebbe anche essere nero, siamo d'accordo, ma non è la stessa cosa. Adesso, però, ragioniamo: se di fronte all'Arena di Verona, nella casa in cui (come da targa in marmo) una ragazza venticinquenne, incinta, fu trucidata qualche secolo fa, c'è ora un negozio di intimo; se l'intero corso Buenos Aires è un supermercato del perizoma, con tanto di mezzibusti color carne che ruotano su se stessi per mostrare fronte e retro; se dietro al Duomo di Milano sono esposti bustier a fiorellini e a righe brasileire; se la Rinascente, con buona pace di D'Annunzio che forse riscriverebbe un paio di capitoli del Piacere, dedica un mezzo piano abbondante alla materia; se perfino il Calmaggiore di Treviso, dove la gente fa la coda tutti i giorni davanti a Gucci, è costellato di mutande; beh, allora, ho qualche speranza di trovare un reggiseno testadimoro che, come direbbe la mia amica Heather, "matches your shirt".
Ora, se siete uomini, fatevi da parte o prendetevi una boule di popcorn. Se siete donne o uno spirito affine, forse immaginate già come evolve la vicenda.
Entro alla Rinascente. Testadimoro esiste, in due o tre varianti. Una imbottita fino alla gola, una a quadratini fintologogucci, un'altra che poi si rivela di un nero dubbio. Nell'incerto prendo da provare anche un wonderbra - mi fa sempre un po' ridere che esista davvero - e un altro oggetto di colori non ben identificati, così, tanto per ridere. Avete presente un camerino, no? Ci hanno fatto anche un film, in Spagna, su un tipo che lavorava ai grandi magazzini e sul suo uso dei camerini. Lasciate stare. Un camerino è un luogo di sofferenza, in cui raramente si riescono ad appoggiare le cose che si vorrebbero, spesso si incontrano spilli pericolosamente vicini alla punta dell'alluce se vi state provando un pezzo di sotto e in cui le luci sono state collocate appositamente per farvi sentire delle amebe oversize. La prima volta che mi sono depressa, in un camerino, è stata a diciotto anni, mentre provavo un costume. Lo ricordo bene, perché mi sono detta: ho diciotto anni e qui dentro sembro un budino con sopra una meringa ad onde. Facevo danza da quattordici anni e vi assicuro che non lo sembravo, fuori di lì, un budino con una meringa ad onde. Per cui so una cosa: mai fidarsi di quello che sembra di vedere, in un camerino. Non è reale e comunque, anche se lo fosse, fuori di lì la vita è migliore, il sole splende e spesso essere coperti in modo strategico non guasta.
Vi dirò un'altra cosa: viva gli anni settanta e ottanta, quando le riviste femminili proibivano, apparentemente per motivi medici, i ferretti. Invece no, adesso ci siamo dentro fino al collo, perché Brooke seduce Ridge in assurdi abbinamenti di finto raso e perché Erin Bronkovic straripa fuori da Julia Roberts in tutti i possibili modelli di Victoria's Secret, strategicamente occhieggianti da t-shirt della misura di J-Lo. E quindi provo reggiseni con il ferretto. Vi dirò subito (e soprattutto se siete maschi), che il wonderbra a ma fa ridere. Cioè: ogni tanto ne provo uno, così, per dire. Anzi, ne provo sempre due misure, per capire se deve schizzare fuori il contenuto o se deve sembrare che schizzi fuori il contenitore. In ogni caso la cosa migliore, del wonderbra, è provarlo, non comprarlo e soprattutto toglierlo. Un po' come uscire da un ascensore chiuso fra due piani quando vi ricordate che vi scappa la pipì. Toglierlo (sia quello troppo piccolo sia quello troppo grande) è bellissimo, fa sentire bene e in pace col mondo. Qualcuno pare abbia avuto anche intenzione di affiliarsi agli Hare Krishna, togliendosene uno.
E quindi, nulla può andare male. Basta avere ben presente un paio di punti fermi:
1. niente wonderbra
2. mai prendere un reggiseno troppo piccolo, anche fosse un laperla in sconto
3. mai prendere un reggiseno imbottito troppo alto.
Ecco, fermiamoci qui un istante. Non ho nessun problema a immaginare a cosa servano i reggiseni tondi, quelli a pallina, per dire, sopra la quarta misura. Tengono, contengono, sollevano, danno una forma, insomma: fanno il loro dovere.
Ma dalla terza in giù, non saprei. Posto che normalmente si ha in mente come indice di regolarità e perfezione la coppa di champagne, vorrei precisare che la coppa di champagne è normalmente così: una coppa di champagne. Non una palla da calcio, non una palla da rugby, non una cosa da tenere dentro. Semplice: perché il dentro non è così tanto. Cioè: c'è, si vede, ma tendenzialmente non riempie una forma a palla, sia che stia su da solo sia che abbia bisogno d'aiuto, credo. E quindi: perché insistere a fare i reggiseni-sottogola, come se una seconda o una terza fossero trabordanti, quando al minimo movimento si vede che nella parte alta manca un pezzo. Fa schifo. Una seconda e una terza vanno, tutt'al più sostenute ("reggi"), spostate in una direzione (alto, centro) piuttosto che abbandonate alla forza centrifuga e alla forza di gravità, ove necessario. Una prima può essere aiutata a confondere le idee, ma le proporzioni tra pieno e vuoto sono diverse. In una seconda o in una terza il vuoto è assurdo. Perché insistere ad arrivare alla giugulare, boh.
Nel frattempo sono entrata in una serie di tutti quegli altri posti che verrebbero in mente anche voi: dietro a vetrine trasparenti, tra mezzi manichini ruotanti, tra file di rosa fluo e color pastaditurchese, ho attraversato file di soutien gorge multicolor e brassiere deprimenti, ma non ho ancora trovato quello che cerco. Però ho capito che le grandi catene hanno avuto la geniale intuizione: commesse medio-brutte, mai anoressiche, meglio se mediamente oversize per accogliere una cliente alla ricerca di quello che non c'è. Ho capito che la vetrina deve essere grande, trasparente e invitante verso il nulla cosmico, più che al Body Shop. Ho capito che la vicinanza con un grande monumento è un vantaggio competitivo, come se dopo aver acceso una candela in una cattedrale una fosse necessariamente colta da uno spirito trasgressivo da perizoma con catenella. Tutto sommato, sociologicamente interessante.
Sto meditando un low cost per infilarmi da Victoria's Secret o al LaFayette prima di metà luglio.
Pensiero: "hmm, carìììni". Li guardo meglio, al di là del vetro, guardo anche tutt'intorno, altri sandali, scarpe, una sciarpina e minuscole targhettine con il prezzo.
Faccio quei tre passi prima di ripensarci, unoduetre, spingo la porta ed entro nello spazio, molto neo architettura commerciale, controsoffittatura, una fila di minuscole lucine mi accoglie, indica il percorso. Legno chiaro in terra, splendide poltrone di pelle, odorano ancora di nuovo.
"Buonasera"
"Buonasera"
"..."
"Volevo vedere quei sandalini lì fuori, quelli testadimoro" - Perché poi si usi l'imperfetto in queste occasioni solo il diavoletto dell'italiano imperfetto lo sa. Non è vero che li volevo. Li voglio, li voglio ora, ai miei piedi, voglio sentire quelle sottili, temibili striscioline di cuoio intorno al mio piede sottile, voglio stringere quel cinturino ora, intorno alla caviglia, voglio alzarmi dalla poltrona morbida per ritrovarmi improvvisamente su una minuscola superficie instabile, dura e scomoda.
"...?"
"trentasei, grazie"
Osservo la tipa dall'altra parte, ha uno spettacolare strumento di tortura ai piedi. La commessa torna con tutta la sua pettinatura laccata, i suoi pantaloni neri, la t-shirt nera, gli orecchini giusti. Alza il coperchio, i miei occhi non si staccano dalle sue mani. La velina scricchiola e scopre il sandalino destro.
Misura perfetta anche a occhio, già lo temo mentre allargo le estremità del cinturino, sfilo la fibbia microscopica, allungo il piede e lo infilo.
"Hm!"
"Come vanno?"
Mi segue, sento i suoi occhi che mi seguono avidi, decisi a concludere il prima possibile, prima che io mi accorga che sono una pazza.
"Mi sa che sono un po' larghi, vede, col piede sottile e il falso pronunciato non mi seguono bene il piede". Sono in bilico su cinque centimetri quadrati, cretina, non lo vedi? Qui ci vorrebbe un bel piede-ciabatta a riempire gli spazi. Io, questi, me li perdo al primo marciapiede.
"Peccato... mica ne ha un altro modello, di un colore così?". Ora, non me lo chiedete. Non so perché mi sono messa in testa il testadimoro. L'ho visto in vetrina, ecco. Non ho nulla di marrone, non mi vesto di marrone, odio il marrone, credo di non avere nemmeno borse estive marroni. Beh, però andrebbe con i tailleur pantalone beige, o bianchi, o quello di lino di un colore indefinibile fra un fu-militare-quasigrigio slavato. Insomma, ormai sono qui.
"Ah, sì, ne ho diversi. Gliene porto uno o due. Sempre trentasei?"
"Grazie". Come sarebbe, sempre trentasei? Le Hogan le porto trentacinqueemmezzo, forse fa più chic, come l'altramoda che fa i quaranta che in realtà sono quarantadue. Le Nike sono anche trentasetteemmezzo, che je frega, gli americani abbondano sempre.
In media trentasei, e poi mica si restringe in acqua fredda.
Eccola che arriva, scende le scale a chiocciola con due scatole in bilico. Incede come un cameriere col vassoio d'aragosta. Beh, più o meno...
"Guardi, che belli". Due modelli, due destri.
"Mica mi può passare il sinistro, di questo, così li provo insieme"
La fronte si aggrotta. "Hm, ah, come vuole". Come vuole? Come vuole? La razionalità, l'ottimizzazione, il confronto, la verifica, la relatività, einstein, il minimo comune denominatore, le parentesi.
"Grazie, molto gentile". Quello di destra è stato disegnato da un sadico, già me lo vedo con il frustino in mano. Queste sono scarpe estive, costano un occhio e - belle da vedere, mica dico di no - la listarella di cuoio è piena di nodini. Nodini, hai presente? Quello di sinistra è per un altro piede-ciabatta.
Sorride. Mi sorride.
Chiudo l'ultimo cinturino, arranco in equilibrio sulla superficie perfettamente liscia. Lo so, non sono a Milano, ma vorrei far osservare che i marciapiedi di Milano - li avete mai visti? - sono fatti da un bambino con la paletta. Pendono verso la strada, e già. Sono immancabillmente stati asfaltati in momenti diversi dalla storia, a strisce. Sono bitorzoluti, e nessuno sa spiegare perché visto che mancano i filari di pini marittimi a far sporgere radici a tradimento. Sono cosparsi di griglie di aerazione, tombini sporgenti, tombini infossati. Sono disseminati di scooter, smart e Cayenne col muso dentro ai passi carrai. A Milano, con uno qualsiasi di questi deliziosi calzari, mi vedo già a scendere e salire marciapiedi, scegliendo un tracciato intelligente, evitare i canali fra i sampietrini, accelerare di fronte a un semaforo già arancione mentre la borsa del pc mi scivola dalla spalla. Salirò e scenderò la scaletta di Porta Genova e atterrerò fortunosamente su un francobollo del marciapiede di via Tortona.
Cammino sul parquet chiaro.
Torno indietro. E mi sorride.
"Come vanno?". Sempre così. Come vanno. Come vanno! Non vanno, sono io che ci vado sopra, per forza di volontà o di inerzia. Ma ci vedi? Poggio su quattro centimetri quadrati, uno scappa da tutte le parti e uno - già è evidente - sta scegliendo accuratamente dove bucarmi la pelle entro i prossimi due minuti. E qui c'è pure l'aria condizionata.
"Ehm, questo è per un altro piede, mi sa, e..." - mi guarda interrogativa, mi guarda interrogativa! - "... e questi sono proprio belli..." - ci mancherebbe, il genio dei nodini, il torturatore del nordest, l'artista antibirkenstock - "... ma mi fanno già un po' male".
"Ah, ma Lei ha proprio il piede delicato, si vede". Si vede. Mi chiedo come starebbe se le staccassi, uno a uno, quei ciuffetti mechati e cotonati. In fondo Robert Smith non è male. Oppure con un'acconciatura alla Iggy Pop prima maniera, che dici?
"Mah, forse, è che - sa - ci devo camminare...". Mi guarda. E' un concetto, no? Camminare. Uno due, uno due, hai presente? Movimento a compasso. I cinesi amavano vederle ondeggiare come giunchi al vento e glieli spezzavano da piccole. Geniale. Il sadico dei nodini è un principiante, agisce sul contenitore, mica sul contenuto.
"... prevalentemente a Milano". Ma avrei potuto dire Venezia, che è un altro di quei posti. Il suo sguardo è chiaramente immerso in immagini di donzelle che scendono da automobili, dirette verso locali trendy jesolani, mentre il loro chauffeur in camicia bianca aperta davanti e rayban sulla testa cerca un posto.
Vorrei aggiungere anche che capita di prendere il treno, la metro, il tram, cose così. Ma non vorrei sembrare troppo plebea.
Mi salva lei: "Ah, ma ho anche un altro modello. Le piacciono questi?". Non ho capito dov'erano, ma si materializzano davanti a me.
Bellissimi.
Alti.
La zeppa è di quelle che vanno in dentro, hai presente?
Con un miracolo di equilibrismo mi alzo. Mi ricordo la prima volta che ho messo i rollerblade. Anni e anni di danza classica e di pattinaggio su ghiaccio sono un vantaggio competitivo. Io ci riesco anche a camminare. Decido che sotto i dieci minuti non produrrranno crateri. E in fondo, non ho sofferto per decenni dentro alle scarpe da punta. Sì, lì almeno uno tentava di salvarsi con argute costruzioni di cotone e cerotti, adeguatamente celati. Qui non si può. Ma cosa importa.
Sono uscita trionfante con il mio sacchetto di carta e manici di stoffa colorata, la scatola nuovissima col suo prezioso contenuto, dentro.
Uno di questi giorni scommetto che li metterò.
Ci sono borse bellissime, in vetrina. Piccole, deliziose, colorate, borchiate, bucate, rigate, quadrate.
Nella mia borsa devono stare, in ordine sparso:
- 1 cellulare
- le chiavi di casa
- le chiavi della macchina
- la chiavetta dell'ufficio
- il badge dell'ufficio
- almeno 2 pacchetti di fazzolettini di carta (uno si perde)
- almeno 1 rossetto, tanto non si trova
- almeno 1 giochino da bimbi
- almeno 1 bloc notes
- spesso, l'agendina, se non l'ho persa nella borsa del pc
- almeno 1 pacchetto di caramelle che non troverò
- un sacchettino di orsetti di gomma haribo (se ci cerchi quelli verdi: impossibile, sono i primi a finire)
- spesso, 1 biberon, se me ne ricordo
- spesso, 1 bottiglietta d'acqua, possibilmente Panna 75, se me ne ricordo
- se prendo treno + metro: 1 libro
- a volte: il caricabatterie
- varie ed eventuali
- 1 scatola di analgesico
- 1 scatola di imigran - l'emergenza non perdona
- i ticket restaurant
- almeno 1 carnet di biglietti del treno, rapidamente reperibile
- almeno 1 carnet della metro, rapidamente reperibile
- ultimamente ci ho trovato anche 2 macchinine e le chiavi dei miei (ecco, dov'erano)
Belle, quelle borsette, minuscole.
hard rock cafe, fashion cafe, katz’s delicatessen
è che a un certo punto mi è venuta in mente una figura, tipo J Lo, in un ambiente tipo d&g, capisci?
"palombaro dell'intelletto umano", una definizione per Giulia.
Ora, però, spiegatemelo voi, c'è qualcosa che non capisco di questa ricetta. Provo a riassumere.
Ingredienti:
- due peperoncini mediamente inutili, se non fosse che lui sta scoppiando e lei è veramente pesante
- un'inglese molto amica di tutti (gli uomini), che sceglie uno degli stalloni in circolazione
- due stalloni, uno biondo un po' azteco e uno moro un po' beverly hills
- un abitante naturale di via della Spiga
- un pazzo riccio con gli occhiali che parla come paperino
- una pettinatrice che si atteggia a sharon
- un biondo-rossiccio che non è il conte
- una bionda riccia che fa tappezzeria
- una bionda tipo modella che si fa la messa in piega
- una tinta con la piega sbagliata che si appoggia alla pettinatrice
- una bionda coscialunga col sorriso un po' cammello, sposata l'altro ieri con uno che è già uscito.
Ma perché hanno mandato fuori Giulia?
In Bain si sono dati al caffè e il risultato della profonda analisi di mercato è: il caffè del bar non è più quello di una volta. In breve: i baristi vendono altro per vivere, ma i produttori di caffè vivono alla grande grazie alle macchinette da ufficio.
Non ci sono più le stagioni, i sandali vanno anche d'inverno.
Ed eccoci alla prima vera puntata dell'isola. Anzi, le isole. Anzi, le spiagge.
D e/o G ha deciso che era troppa grazia continuare a coprire la Ventura con un completo pantalone che slancia, per cui la ritroviamo insalamata in uno strato multicolorgold e, siccome qualcuno dubitava che stringesse a sufficienza, c'è pure la cintura di strass. Se la tv non vi funziona, vi avviso che lo schermo è invaso dalle debordanze superiori divise dalla maxicroce pendula che ormai perfino Madonna ha rinnegato. Non mi pare che don Mazzi se ne sia accorto, comunque.
Aridatece la Plati e il Pinketts. Vorrei sapere cosa ci fa don Mazzi lì, dovrebbero capire che gli ascolti precipitano ad ogni suo intervento. Si è fatto mettere a posto pure da dj Francesco - parlando di cessi -, non dico altro. Altri fantasmi tra il pubblico: Giurato che, perdendosi nei corridoi di RaiDue, ha visto la luce accesa e si è fiondato dentro allo studio, camicia senape e tutto; Giadina, che dà lezioni di stile, rossetto rosa e tacchi a spillo - ah, e concentrazione e determinazione, ovviamente, perché la forza sta tutta lì. Mi sa che si è fatta la settimana della moda a Milano a spese di RaiDue.
Mi manca la Plati, ripeto. Vorrei che mi commentasse lo string rosa della Merz, che non pensa a coprirsi nemmeno quando le noccioline colpiscono. Vorrei che censurasse la pancia plissè della Cancellieri, che però ha già imparato, mi pare, a coprirsi un po' la bocca. Vorrei che si esprimesse sull'emozionante eros tenero di dj Francesco (ma a casa come lo chiamano quando è pronto in tavola: diggèèèi, ci sèèèi?) e la regina del 2004.
Mi manca Pinketts, a sparare a zero contro quello che capita - forse, le noccioline.
Mi manca la Selvaggia, a innamorarsi di chi, stavolta.
Mi manca Mazzocchi che, sarà stato l'occhiale, sembrava un po' di più di una parete della cueva.
Comunque. La crudeltà è permettere di partecipare all'Elia, che avrebbe bisogno d'altro; ai capelli finti di Schillaci, che con il salso fanno un effetto Ruta; a Schillaci, che parla ancora giapponese; alla Ribas - Ribas-chi?
Comunque. Non ho ancora capito se devo comprare due telefoni tre per vedere il gf su uno e l'idf sull'altro. Conviene? Ci sono tariffe scontate se me ne vado in giro per corso Buenos Aires a fare la deficiente con due telefonini contemporaneamente? Ma ci sono i multimediamessaggini gratis? E se per caso - sfiga - qualcuno mi chiama mentre dj Francesco bacia Aida c'è il servizio replay?
Comunque. Non sono mica d'accordo sull'avvisare il giovine tenebroso iberico della presenza dei deltoidi di Merolone sulla spiaggia di riserva prima di farlo decidere se rimanere o meno (non sarebbe rimasto).
Ah, già , c'era anche Calissano.
Yawn. Almeno ci sono due spiagge al prezzo di una.
Una pesca inusitata, oggi: Amanda a cena con un più giovine ragazzo. Hanno mangiato pesce - e che dovevano mangiare, in un ristorante dove si mangia pesce?
E così mi è venuto in mente di fare la conta dei vip incrociati da qualche parte. Magari me ne dimentico qualcuno, ora ci penso.
Amanda Lear - Milano, ristorante X, zona porta Venezia, stasera
Federica Moro - Milano, via Turati, un anno fa
Angelo Branduardi - Milano, via Turati, un po' più di un anno fa
Nina Moric con figlio e marito - Milano, via Manzoni, un po' più di un anno fa
Laura Pausini - Milano, largo Donegani, un paio d'anni fa
Gianfranco D'Angelo - Milano, corso Vittorio Emanuele, tre o quattro Natali fa
Ringo - Milano, corso Vittorio Emanuele, un paio d'anni fa
Kabir Bedi e moglie - Los Angeles, Federal Building, Social Security Office, 11000 Wilshire Blvd, settembre 1994 (mi sa che stava cambiando casa)
David Hasselhoff - Malibu, lungo la spiaggia
Red Canzian - Treviso, un sacco d'anni fa
Benetton / Compagnoni - Treviso, quando capita
Eleonora Brigliadori - Alitalia Fiumicino-Linate, due anni fa
Enrico Ruggeri - Alitalia Linate-Fiumicino, una sera di tre anni fa, così a occhio
Gad Lerner - Fiumicino, ritiro bagagli, due-tre anni fa
Gad Lerner e famiglia - Milano, pizzeria zona Porta Venezia, l'anno scorso
Sergio del GF1 - Alitalia Linate-Fiumicino, due-tre anni fa
Giorgio Mastrota con un paio di prezzemoline non riconosciute - Alitalia Linate-Fiumicino, due-tre anni fa
Lorenzo Battistello del GF1 - Fiumicino, due-tre anni fa
Pupo - Roma, piazza di Spagna, intorno a Natale 2001
Mina - Roma, via del Corso, intorno a Natale 2001 (cammuffata ma riconoscibile)
Terence Trent D'Arby - Londra, National Gallery, di fronte ai girasoli di Van Gogh, forse 1992 o 3.
Beh, direi che da qui si capisce che non finisco spesso in corso Como.
'notte.
Senza nulla togliere all'ottimo e informatissimo Macchianera, che ieri ci ha offerto un nuovo esempio di live comment fra amici e focaccia su Macchiaradio, alzo la manina e commento il gf5 / puntata 1:
la presentatrice
Una costumista sadica ha trovato una sottoveste di Alba e l'ha infilata addosso a Barbara. Poi si è allontanata, ha osservato con attenzione la sua vittima contrattuale e ha deciso di evitare l'effetto Alba al matrimonio Savoia. Ed ecco il perché del pareo sopra la sottoveste. La prossima volta tenetene un altro di riserva: a volte capita, che si macchi l'abito di scena.
il copresentatore
Un costumista sadico ha deciso che Liorni è giovane con i giovani per i giovani, perché all'ennesimo gf fa ancora la parte di quello che regge il microfono e l'ombrello. Di qui la scelta del golfino college sotto la solita giacca che non tradisce mai il volto splendente tra famiglie ruspanti vocianti. L'à plomb non è acqua.
Patrick
Quello che ha capito tutto della vita
Serena
Quella che non ha ancora trovato l'uscita
il cast: come costruirsi un look e non essere se stessi
Alfio: Red Hot Chili Pepper
Rosa: Mietta Chili Wife
Francesco: Bobby Ma Non Solo
Giulia: Barbie Kanakis
Antonio: Ken, ovvero: David Silver NEIN-o-TU-uà n-ò
Alessandro: Big Jim Grignani
Alessandra: Pocahontas, see you later
Veronica: Ginger, l'amica di Barbie
Jonathan: (eppure l'ho già visto anch'io, ma dove?) le Fric, c'est chic, ovvero: tutto ciò che pensate ma non avete il coraggio di dire
Guido: Cammariere goes Sboccato (senza pashmina, con gli occhiali)
Cinzia: Sgarbi-style Barbie
Mary: ciociaro-style Alyson Moyet, ma perché quei capelli?
Patrizia: Everything But the Girl, ovvero: Sharon Ma Non Posso
Aldo: Il Conte E' Già Stato Qui
Catrina: wannabe-Kylie, un'ottava troppo alta
nota di colore
Sull'onda dell'emozione borromea, quest'anno l'auto è biancorossaeverde
vedoprevedostravedo
Stravedo per Jonathan, la calligrafia e il borsalino. Chi ha una sviscerata passione per calze che cela sotto gli stivaletti non può che riservare sorprese. Se sopravvive.
Catrina farà strada, non fosse altro per la camminata di chi è chiaro che ha un cavallo parcheggiato fuori.
EBTG-Sharon non mollerà l'osso, se riuscirà ad addentarne uno. A rischio di noia.
Il bell'Antonio rischia l'effetto plastico Beverly Hills: consiglio di sciogliere un po' il cerone. Go, Tony Guy, go.
Red Hot Chili Couple: sottotitoli per i più, per favore, al peperoncino non crede nessuno.
Camma-Guido: per vincere serve un'aria vincente, perfino Cristina Plevani ne trasudava un po'.
Big Jim Alex: riposo.
Aldo: datti da fare, sembri un bravo ragazzo.
Barbie, Ken ed Alyson: chi? Fuori gli assi, gente.
SoloFrancesco: anche tu, Bobby. Essere fair va bene solo quando indossi la maglia nera.
un invito
Già , questo è l'anno biondo (con le mèches), mi ero sbagliata. Complimenti, signorina Chiabotto, bionda e possibile.